James Luna e gli Indiani d’America

Cosa può accomunare una performance-installazione di un artista contemporaneo come James Luna alla storia dell’Indiano Americano Ishi? Leggi il post per scoprirlo

Oggi vorrei provare a mettere in relazione il lavoro dell’artista Indiano d’America (Mexican American Indian), James Luna (1950-2018), con una lettura di antropologia che ho fatto qualche tempo fa, Resti di umanità di Adriano Favole.
L’opera performativa a cui farò riferimento è stata realizzata da Luna in occasione dell’esposizione The Global Contemporary Art Worlds After 1989, tenutasi allo ZKM Museum of Contemporary Art di Karlsruhe dal 17 settembre 2011 al 5 febbraio 2012.

James Luna e gli Indiani d'America
Immagine dal catalogo della mostra.
B. F. Upton, Unidentified Native American Indian, American, about 1870, Albumen silver print. Digital image–> Getty’s Open Content Program.

La mostra si riproponeva di esporre le opere di artisti provenienti da ogni parte del mondo, proprio nell’ottica di favorire  ̶  come da titolo  ̶  una visione dell’arte in un mondo ormai globalizzato. Per molto tempo l’arte è stata solo ed esclusivamente occidentale, era l’Occidente a dominare sulle altre realtà, come se esistesse una chiara logica di superiorità. In un mondo globalizzato le cose sono continuamente in evoluzione, a favore di un’arte non più occidentocentrica e di cui va considerata ogni implicazione culturale, geografica, politica ed estetica.
Nel catalogo – visionabile gratuitamente  qui  ̶   è tra l’altro presente una prefazione del critico e curatore austriaco Peter Weibel e una introduzione dello storico dell’arte tedesco Hans Belting, volte ad indagare proprio il concetto di globalizzazione e i cambiamenti verificatisi dopo il 1989 con la caduta del Muro di Berlino, la fine della Guerra Fredda e l’avvento di una nuova epoca.

Prima di proseguire però, chi è James Luna?
James Luna è stato un artista indiano americano che dal 1975 ha vissuto e ha lavorato presso La Jolla Indian Reservation in California. Ha realizzato innumerevoli performance e installazioni provocatorie, con l’obiettivo di favorire una riflessione sui problemi che affliggono i Nativi americani, criticando il modo convenzionale in cui gli stessi e la loro storia vengono presentati dalle esposizioni museali più tradizionali.
Tornando all’esposizione, The Global Contemporary era divisa in diverse sezioni, quella dove Luna ha presentato il suo lavoro era: World Art. The Curiosity Cabinet from a Post Colonial Perspective. Come si può leggere nel catalogo della mostra, prima della globalizzazione con “arte del mondo” gli occidentali connotavano l’arte e l’artigianato di altri popoli esposti nei musei etnografici, stranezze da guardare con curiosità; un’espressione, “arte del mondo”, sicuramente da abolire in un mondo ormai postcoloniale.
L’opera performativa di Luna si chiamava The Artifact Piece: l’artista nudo  ̶  fatta eccezione per un gonnellino bianco a copertura del pube  ̶  era sdraiato all’interno di una specie di teca colma di sabbia e circondato da alcuni oggetti, testimoni muti della vita di Luna, come il suo diploma, i documenti del divorzio, oggetti personali… compresa una targa con il suo nome. L’installazione richiamava chiaramente le teche dei musei etnografici. Luna era diventato un oggetto privo di vita da esporre agli occhi dei curiosi visitatori.
Quando ho letto di questa performance-installazione di Luna mi è subito venuta in mente la storia vera di Ishi. Il ricercatore statunitense Alfred Kroeber a inizio Novecento portava avanti presso l’Università della California, a San Francisco, una ricerca sugli Indiani d’America che in quegli anni, proprio in California, stavano scomparendo a causa della colonizzazione americana (la corsa all’oro era iniziata a metà Ottocento). Kroeber assistendo al fenomeno si preoccupò di salvaguardare quante più testimonianze possibili delle tradizioni culturali e della lingua di quel popolo. Per questo, insieme al linguista Tom Waterman, intrattenne un lungo sodalizio con Ishi (non era il suo nome, nella lingua yana significa “umano”, Ishi il suo vero nome non lo svelò mai), un Indiano d’America disposto ad offrire loro numerose interessanti informazioni sul suo popolo, quello degli Yahi. Ishi fu portato nel Museo del Dipartimento di Antropologia dell’Università della California di Berkeley dove visse in una stanza a lui destinata.

«Grandi folle accorrevano al museo per contemplare questo “resto” in carne e ossa di un’umanità in via di scomparsa, inevitabilmente destinata all’estinzione secondo il paradigma evoluzionistico dell’epoca. Oltre al suo lavoro di informatore per gli antropologi, durante il giorno Ishi intratteneva i visitatori mostrando loro il modo in cui si costruiva la punta di una freccia o si tendeva un arco. Come in un agghiacciante zoo umano, i visitatori si accalcavano per poterlo vedere, per toccarlo, stringergli la mano» (Favole, 2003).

Erano talmente tanti i visitatori che volevano vedere Ishi «ultimo Indiano selvaggio d’America» che Waterman avanzò l’ipotesi di separarlo dai visitatori attraverso un vetro durante l’orario di apertura del Museo (poi si decise di spostarlo in una sala più piccola così da limitare il flusso dei visitatori/curiosi). Ishi morì di tubercolosi nel marzo 1916 e, nonostante avesse più volte espresso il desiderio che il suo corpo intatto venisse bruciato, venne sottoposto ad autopsia e il cervello donato secondo un modus operandi tipico della cultura dell’epoca allo Smithsonian Istitution di Washington (la cosa fece arrabbiare moltissimo Kroeber che all’epoca della morte di Ishi era lontano per lavoro, a New York):

«Ishi aveva cessato di essere una reliquia vivente, ma i suoi resti si trasformarono in reliquie che la scienza giudicava ancora preziose per i suoi studi» (Favole, 2003).

Oggi Ishi riposa in pace perché nell’agosto del 2000 i suoi resti, grazie ad una legge federale americana degli anni Novanta che «impone la catalogazione dei resti umani e degli oggetti funebri nativi e la loro restituzione alle comunità originarie» (Favole, 2003) e ad un gruppo di attivisti di Oroville, sono stati sepolti nei pressi del Monte Lassen (il posto preciso è fortunatamente sconosciuto).
Ovviamente il caso di Ishi è un caso limite, come dicevo legato fortemente alla cultura dell’epoca ma fa riflettere sul nostro passato e sul nostro presente e futuro. Mi è sembrato interessante creare un paragone con l’opera di Luna, per ragionare insieme su quanti significati, implicazioni e spunti un’opera contemporanea come quella di Luna può sottendere.

Riferimenti:
Adriano Favole, Resti di umanità. Vita sociale del corpo dopo la morte, Editori Laterza, Roma-Bari, 2003.
Catalogo della mostra The Global Contemporary. Art Worlds after 1989.

Se può interessarvi e non avete ancora letto l’ultimo post sull’installazione Spirits di Rebecca Horn, vi lascio il link.

Prospettiva e dagherrotipo: due rivoluzioni epocali a confronto

Prospettiva e dagherrotipo: cosa li accomuna? Leggi e ragioniamoci insieme!

La prospettiva, una delle scoperte artistiche tra le più rivoluzionarie, è legata all’architetto Filippo Brunelleschi (1377 – 1446) che, a inizio Quattrocento, ne dà prova pratica attraverso due tavole: l’una con il Battistero di Firenze visto dalla porta del Duomo e l’altra con Piazza della Signoria. Dallimmagine che vi linko si può comprendere facilmente qual è il funzionamento degli esperimenti compiuti da Brunelleschi.
Grazie all’architetto Leon Battista Alberti (1404-1472), nel 1435, si ha una formalizzazione delle scoperte brunelleschiane nel trattato De pictura, dove l’accento è posto sull’imitazione spaziale del reale e dunque sulla percezione ottica dell’uomo.
Proprio quest’ultimo e il suo sguardo sul mondo, dunque, divengono protagonisti dell’arte. Le opere da questo momento sono sempre più prospetticamente realistiche e nel tempo gli artisti (tra i primi a “giocare” con la prospettiva Masaccio e Donatello) si specializzano nella realizzazione di ardite e illusionistiche composizioni, basti pensare a quelle sui soffitti (dette da sotto in su–>vedi ad esempio l’oculo nella Camera degli sposi di Andrea Mantegna nel Castello di San Giorgio di Mantova, 1465-1474).

prospettiva e dagherrotipo: Fra Carnevale e la nascita della Vergine su Confronti d'arte.

Fra Carnevale (Bartolomeo di Giovanni Corradini), La nascita della Vergine, 1467, Tempera and oil on wood.

prospettiva e dagherrotipo: carlo-crivelli-Pietà-1476

Carlo Crivelli, Pietà, 1476, Tempera on wood, gold ground

Ora proviamo a fare un salto temporale piuttosto consistente: nel 1839 a Parigi si inizia a parlare di dagherrotipomania. A utilizzare il termine per la prima volta è un giornalista francese Eugène Briffault (1799-1854).

Ma perché questa espressione?
Proprio nel gennaio del 1939 si diffonde la notizia che lo scenografo Jacques-Mandé Daguerre (1787-1851), in società con il ricercatore Joseph-Nicéphore Niépce (1765-1833), all’epoca già deceduto, ha inventato il dagherrotipo, antesignano della fotografia. Daguerre all’epoca non rivela ancora il funzionamento della sua epocale scoperta: vuole tenerlo segreto fin quando non ha la certezza che il re non approvi una legge che gli garantisca un vitalizio in cambio della sua rivelazione. Il progetto di Daguerre e Niépce deve essere, dunque, presentato alla Camera dei deputati e a sostenerlo ha dalla sua parte Francis Arago (1786-1853): noto e affermato scienziato francese, segretario dell’Accadémie des Sciences di Parigi.

Prima di proseguire, però, cos’è esattamente un dagherrotipo?
Si tratta di una sorta di fotografia ottenuta su una lastra di rame argentato, lucidata e preparata ad accogliere la luce sulla superficie (sensibilizzata alla luce) attraverso un processo chimico con vapori di iodio, per poi, nel giro di un’ora, essere esposta alla luce (il tempo di esposizione può variare in base alla quantità della luce e all’obiettivo, di solito si aggira intorno ai 10-15 minuti). Tutto ciò avviene in un apparecchio per dagherrotipi, una scatola potremmo dire, con un obiettivo e relativo tappo da usare, quando necessario, per impedire l’ingresso della luce stessa. Terminata l’esposizione il dagherrotipo è pronto per essere sviluppato attraverso dei vapori di mercurio (l’immagine iniziale, detta latente, attraverso questo trattamento, si palesa sulla superficie, permettendone la visione)

prospettiva e dagherrotipo: Baron-Jean-Baptiste-Louis-Gros-dagherrotipo-1850-57

Baron Jean-Baptiste-Louis Gros, The Salon of Baron Gros, 1850-57, Daguerreotype

prospettiva e dagherrotipo: Ron-Fasand-dagherrotipo-1840s

Ros Fasand, Woman with an Accordion daguerreotype, 1840s, Daguerreotype

prospettiva e dagherrotipo: unknow-dagerrotipo-1857

Unknown, Henri-Charles Maniglier, 1850, Daguerreotype

La legge Daguerre viene approvata dai deputati e dal re nell’agosto del 1939: Daguerre e il figlio di Niépce, Isidore (1795-1868), si assicurano un vitalazio rispettivamente di seimila e quattromila franchi. Adesso il pubblico è impaziente di conoscere il segreto che consente il funzionamento di questa “magia” ottica: il 19 agosto 1939 Arago e Daguerre tengono la loro presentazione presso l’Accadémie des Sciences. A partire da questo momento la dagherrotipia va diffondendosi un pò ovunque e migliorandosi sempre di più tanto che, quello che all’inizio sembra essere riservato a pochi eletti  ̶ dato il costo elevato di realizzazione e la complessità tecnica  ̶  già nel 1846 un piccolo dagherrotipo (cm 11 x 8: il formato più usato, soprattutto per i ritratti, di cui in quegli anni c’è un vero e proprio boom) viene fatto pagare solo 2 franchi, e i laboratori di dagherrotipia si diffondono un po’ in tutta Parigi.

Giunti ora alla fine cosa ci permette di accostare prospettiva e dagherrotipo, due scoperte  rivoluzionarie così distanti tra loro?
Si tratta di due invenzioni che pongono al centro le dinamiche dello sguardo e la visione dell’uomo, evidenziando, ognuna a suo modo, l’esigenza di rendere realisticamente quanto ci circonda: la prospettiva inizia imitando lo sguardo dell’uomo per replicarne la sua percezione ottica e spaziale e il dagherrotipo, tra l’altro servendosi della prospettiva, diventa ̶ prima della fotografia vera e propria ̶ lo strumento con il quale eternare quanto l’occhio umano cattura con la visione.
Direi due scoperte UMANISTICHE!!!

Ovviamente la storia della prospettiva e della dagherrotipia sono più estese e complesse di quanto non si intuisca da questo post. Vi lascio uno degli interessanti saggi a cui ho fatto riferimento:

Paul-Louis Roubert, 1839-1851: L’incontro tra l’uomo e la macchina, in André Gunthert e Michel Poivert (a cura di), Storia della fotografia: dalle origini ai nostri giorni, Electa, Milano, 2008, pp. 12-39.

ahhh dimenticavo: la critica d’arte ha comunque discusso molto sul concetto di prospettiva: si tratta di una costruzione convenzionale o di una riproposizione spaziale della realtà naturale? Tra i critici che sostengono la seconda ipotesi c’è Ernst Gombrich e io mi schiero con lui =))