Joseph Cornell raccontato da Charles Simic

Charles Simic, Il cacciatore di immagini. L’arte di Joseph Cornell, trad. it. Arturo Cattaneo, Adelphi Edizioni, Milano, 2005. (Ed. orig. Dime-Store Alchemy. The Art of Joseph Cornell, 1992)

Joseph Cornell raccontato da Charles Simic

 

Un libro molto particolare diviso in due parti, una con i testi – in tutto 3 sezioni – del poeta statunitense di origine serba Charles Simic e l’altra con le immagini delle opere dell’artista americano Joseph Cornell (Nyack, 1903 – Flushing, 1972) a cui l’intero libricino di 124 pagine è dedicato. Gli appunti poetici, così mi piace definirli, di Simic, infatti, consentono di approcciare all’arte surrealista di Cornell, abolendo qualsiasi tipo di linearità narrativa apparente, in pieno accordo con il modus operandi dell’artista statunitense.

Ma chi era Joseph Cornell?
Un flậneur (un passeggiatore curioso) intento a girovagare a Lower Manhattan – dove svolgeva il suo lavoro di venditore porta a porta di tessuti – ricercando per le strade della città stimoli e visioni ma anche – ad esempio nei negozi dell’usato – strani oggetti da inserire nella sue opere: delle scatole principalmente in legno (Shadow Boxs) chiuse frontalmente da un vetro, assemblaggi di curiosità. Unire oggetti, ridandogli vita, creando tra loro nuove connessioni.
Su Cornell e sulla sua arte ci sarebbe ancora molto da dire ma iniziare con la lettura del libro di Simic costituisce, grazie al valore della scrittura del poeta, un primo passo esemplare per conoscerlo; all’interno del libro è presente anche una breve biografia di Cornell, ad aiutare il lettore nella scoperta di questo riservato artista surrealista, ancora troppo poco noto. Qui sotto invece voglio lasciarvi due brevissime citazioni dal libro di Simic, anche se la scelta è stata ardua:

«L’America è il luogo dove il Vecchio Mondo ha fatto naufragio. Il Pese è costellato di mercatini delle pulci e bancarelle improvvisate. Là c’è tutto quello che gli emigranti hanno portato nelle loro valigie e nei fagottini fin su queste sponde, e che i loro discendenti hanno buttato via con la spazzatura». (Simic, p. 42)

«L’arte non si crea, si trova. […]. Cose rinvenute, creazioni casuali, confezioni (articoli prodotti in serie che vengono promossi a oggetti d’arte) aboliscono la separazione tra arte e vita. La banalità è miracolosa se vista nel modo giusto, se riconosciuta». (Simic, pp. 44-45)

 

Se non avete letto l’ultimo post dedicato al Santuario Madre delle Grazie della Mentorella ecco il link: un itinerario tra storia, arte, natura e spiritualità a pochi km da Roma.

Mentorella, luogo di meditazione, arte e natura

Il Santuario della Mentorella
La splendida visuale dal Santuario

Se amate visitare luoghi immersi nella natura, dove respirare pace e spiritualità – indipendentemente dal proprio credo/non credo – e dove godere anche di testimonianze storico artistiche, la Mentorella è una meta che dovete considerare assolutamente.
Si tratta di uno dei più antichi santuari mariani europei, collocato sul Monte Guadagnolo, nei Monti Prenestini, ad una altezza di circa 1018 metri sul livello del mare, a Capranica Prenestina, ad una sessantina di chilometri da Roma. Il panorama che si può ammirare dal Santuario è eccezionale, così come la natura in cui è immerso; insomma un luogo meditativo lontano dal caos cittadino in cui fruire di bellezze storico artistiche e naturalistiche con la calma che il contesto stesso gentilmente impone ai visitatori.

Il Santuario della Mentorella

Ora un pò di storia sul Santuario della Mentorella

La storia della Mentorella in una fase iniziale è legata a quella del martire cristiano Sant’Eustachio, convertitosi al cristianesimo durante l’impero di Traiano (98-117) proprio a seguito di una visione avuta in questo luogo. Fu poi Costantino, il primo imperatore cristiano, a voler edificare qui, nel IV secolo, un santuario dedicato al Santo, poi consacrato da papa San Silvestro prima del 335. Solo successivamente, con i Benedettini, la storia della Mentorella andò legandosi in modo indissolubile al culto mariano. In una grotta naturale tutt’ora visitabile, infatti, dimorò per due anni San Benedetto da Norcia, prima di spostarsi nella vicina Subiaco; proprio alla comunità benedettina di Subiaco risulta esser stata donata la Mentorella da Papa Gregorio Magno e sua madre Silvia (1) (si crede già dalla fine del V secolo ma documenti certi sono datati al IX secolo) e ad essa sono da ascrivere alcuni primi interventi come la costruzione del convento e nel XII secolo l’ampliamento della chiesa preesistente. La storia del Santuario, però, si interruppe nel XIV secolo quando la Mentorella venne abbandonata quasi del tutto fino al XVII secolo: nel 1661, il gesuita tedesco Athanasius Kircher riscoprì il Santuario e, grazie anche ad indispensabili sostegni politici, gli ridonò vita avviando il restauro del complesso e favorendo in tal modo la ripresa dei pellegrinaggi. Tutto ciò durò fino al 1773 quando l’Ordine della Compagnia di Gesù venne soppresso e la Mentorella andò incontro ad un nuovo stato di abbandono, durato fino al 1857: l’anno in cui il Santuario venne affidato alla Congregazione della Resurrezione che, nel 1883, comprò dallo stato italiano la chiesa e il convento (nel 1870 la Mentorella divenne proprietà statale e nel 1880 dallo stesso Stato messa all’asta).
Conoscere la complessa e articolata storia della Mentorella permette di immaginare quanto la sua visita costituisca un’occasione per godere di testimonianze storico artistiche molto eterogenee

Il Santuario della Mentorella
La chiesa a tre navate del XII secolo. All’interno testimonianze storico-artistiche che vanno dal XI/XII secolo al XIX.
Il Santuario della Mentorella
Il facile percorso che dalla chiesa conduce alla grotta di San Benedetto da Norcia
Il Santuario della Mentorella
La scala santa del XII secolo; percorrendola si raggiunge un suggestivo punto panoramico e la Capella di Sant’Eustachio
Il Santuario della Mentorella
Le due campane collocate accanto alla Cappella di Sant’Eustachio (XVII secolo), costruita nel luogo in cui avvenne la conversione del Santo Martire. Ogni pellegrino che vi giunge può suonare le campane, tanto che una targa lì posta recita: “Non far da campanaro se il cuor tuo non batte da cristiano”. Il paesaggio, il silenzio e il  suono delle campane tra le montagne rendono tutto molto suggestivo.

Alcune “curiosità” su la Mentorella

Al periodo benedettino, in particolare all’XI/XII secolo, risale la scultura in legno di rovere della Madonna delle Grazie, probabilmente realizzata da un monaco e oggi collocata nel ciborio del XIV secolo, posto sull’altare marmoreo.
La Mentorella è stato un luogo molto caro a Giovanni Paolo II, che per la prima volta vi sostò in occasione del Concilio Vaticano II (1962-1965). Da quel momento il Santuario continuò ad essere tra le sue mete predilette, basti pensare che il Santo Padre si trovava alla Mentorella pochi giorni prima del Conclave e vi tornò, in occasione della sua prima visita ufficiale, subito dopo la sua elezione.
Per gli amanti delle passeggiate e del trekking il Santuario è raggiungibile anche attraverso svariati percorsi, per godere ancor di più della bellezza del luogo.

Per ogni ulteriore approfondimento vi lascio il link al bel contributo sulla Mentorella che ho consultato in occasione della mia visita e per il post!!

Se invece non avete ancora letto l’ultimo post dedicato al libro Il dentista di Duchamp di Serena Giordano vi lascio qui il link: un modo divertente per scoprire un po’ di storia dell’arte.

(1) Papa Gregorio Magno discendeva dalla famiglia romana degli Anici, proprietari dei terreni dove la Mentorella si sviluppò.

Serena Giordano e la quodianità dell’arte contemporanea

Cosa c’entra Duchamp con un dentista e Magritte con un tabaccaio? Scoprilo leggendo il post dedicato ai 12 racconti sull’arte contemporanea di Serena Giordano

Serena Giordano e il suo libro su 12 racconti di storia
Serena Giordano, Il dentista di Duchamp. 12 racconti sull’arte contemporanea, Il Melangolo, Genova, 2018

Inauguro la sezione Leggi con me del blog con un libro che mi ha divertito e incuriosito già dal titolo: Il dentista di Duchamp. 12 racconti sull’arte contemporanea di Serena Giordano edito nel 2018 da Il Melangolo. L’autrice – tra l’altro artista lei stessa – racconta dodici storie: storie di particolari incontri tra svariate figure professionali, da un dentista ad un tabaccaio, da un cameriere ad una suora, fino ad un agente della CIA , con alcuni noti artisti contemporanei come Magritte, Duchamp, Picasso, Pollock fino a Banksy…
Ho letto questo libro, di cui ho citato solo alcuni esempi, tutto d’un fiato; l’ho trovato scorrevole e tutte le storie – per ognuna delle quali Giordano cita la fonte a cui ha attinto – , dalle più divertenti alle più drammatiche, mi hanno catturato.
Non si tratta di storie da considerare veritiere ma, come scritto da Marcello Del Campo, di racconti in cui «vero e verosimile (se non falso)» si incontrano. Non credo che questo depotenzi il valore dei racconti anzi sono d’accordo con l’idea che incrementi la curiosità dei lettori, siano essi conoscitori d’arte o meno. Terminata la lettura si ha il desiderio di approfondire, magari a partire dalla biografia e dalle opere degli artisti o anche dalle fonti citate dall’autrice, e di cercare di capire quanto di vero quelle storie raccontano. Del resto anche le famose Vite di Vasari devono essere rilette alla luce di altra documentazione perché il vero e il verosimile si confondono tra loro, offrendo, però, numerosi indizi per scoprire la verità e stimolare la ricerca.
Tutte le storie sono tra l’altro narrate in prima persona, come se i diversi protagonisti stessero davvero raccontando al lettore-ascoltatore le loro dis/avventure ed in più l’autrice ha corredato la sua pubblicazione con delle brevi biografie degli artisti citati, così da orientare ancor meglio il lettore nella narrazione (utile soprattutto se non si conoscono alcuni degli artisti e si desiderano delle informazioni di base).
Sperando di avervi incuriosito, voglio concludere con quanto affermato da Del Campo nella postfazione, Contro il realismo biografico:

«La forma scelta per questo confronto critico è una narrazione che in parte si appoggia a fatti conosciuti e in parte a fatti ipotetici. In questo modo, il lettore è chiamato a rinunciare a ogni pigrizia. Sarà vero o no quello che qui si racconta? Il solo modo per rispondere alla domanda è indagare ulteriormente nella vita e nell’opera degli artisti»

 

Il Museo Nori De’ Nobili di Ripe

Vuoi scoprire un nuovo museo da visitare? Leggi il post dedicato al Museo Nori De’ Nobili, Centro Studi sulla Donna nelle Arti Visive Contemporanee di Ripe.

Il Museo Nori De' Nobili a Ripe
Il Villino Romualdo e l’entrata al Museo Nori De’ Nobili di Ripe
Il Museo Nori De' Nobili a Ripe
Il Villino Romualdo e l’entrata al Museo Nori De’ Nobili di Ripe

Quanto vi entusiasma visitare i musei? A me sempre tantissimo e se poi si tratta di realtà per me nuove mi entusiasmo ancora di più. Grandi tesori e storie da conoscere!
Attirata dalla bellezza di alcuni borghi marchigiani che non avevo mai visitato, ho scoperto il Museo Nori De’ Nobili, Centro Studi sulla Donna nelle Arti Visive Contemporanee a Ripe, nel Comune di Trecastelli, in provincia di Ancona. Il Museo, dedicato all’artista che gli dà il nome, ha una storia giovane, essendo stato inaugurato il 7 ottobre 2012 presso il Villino Romualdo.
La visita alla collezione del Museo, composta da circa una settantina di opere di Nori De’Nobili (Pesaro, 1902-Modena, 1968), mi ha subito catturata e i motivi sono vari.

Ma chi era Nori De’ Nobili?

Il Museo Nori De' Nobili a Ripe
Alcuni ritratti di Nori De’ Nobili

Nori De’ Nobili è stata una artista nata a Pesaro il 17 dicembre 1902 ma vissuta durante l’infanzia insieme alla madre Luisa Augusti nella settecentesca Villa Centofinestre di Ripe. La provenienza da una famiglia benestante   ̶   il padre di Nori De’ Nobili, Carlo De’ Nobili, era un ufficiale di artiglieria e la madre aveva dei legami di parentela con la famiglia nobile dei Castracane   ̶   le consentì di studiare e di frequentare ambienti sempre culturalmente frizzanti. Sin da subito, infatti, dimostrò una propensione per le arti, andata corroborandosi a seguito dei suoi viaggi, a Roma nel 1920 e nel 1924 a Firenze, dove subì l’influenza macchiaiola di personalità come Ludovico Tommasi ma anche di altri artisti come Ottone Rosai e Mino Maccari. L’equilibrio nella vita della giovane artista purtroppo ben presto venne meno a causa della morte dell’amato fratello Alberto nel 1933 ma anche del precedente allontanamento dalla Toscana che, causandole un crollo emotivo, la costrinse ad un periodo di degenza presso Villa Rosa a Bologna, e della successiva morte della madre. Nori de’ Nobili dopo questi tragici momenti non riuscì mai più a recuperare una vera e propria stabilità psicologica tanto che passò il resto della sua vita in diverse case di cura, di cui la più importante è stata sicuramente Villa Igea di Modena, dove si spense nel 1968, l’anno in cui tante donne avrebbero cominciato a lottare per dei diritti che sicuramente le sono mancati. Come mi è stato spiegato durante la visita al Museo, Villa Igea è stata tra le prime case di cura in Italia a riconoscere all’espressione artistica un valore terapeutico e grazie a questo approccio Nori De’ Nobili   ̶   nonostante il convinto mutismo in cui andò chiudendosi negli anni   ̶   potè continuare a disegnare e dipingere arricchendo ogni giorno di più la sua collezione che oggi, al di là di quelle esposte, conta oltre millequattrocento opere.

Il Museo Nori De' Nobili a Ripe
Visitando la collezione …1

Visitando il Museo ho potuto osservare una collezione eterogenea, in cui si coglie sia la conoscenza artistica di Nori De’ Nobili, sia un linguaggio in costante evoluzione, a partire dall’iniziale realismo e dalle influenze macchiaiole, per poi passare ad una produzione onirica   ̶   a tratti accostabile alle sperimentazioni surrealiste   ̶   fino all’espressionismo esistenziale delle ultime opere, tipico di artisti del Die Brücke; senza dimenticare gli innumerevoli ed evocativi autoritratti   ̶   tutti diversi l’uno dall’altro ed anche in vesti maschili   ̶ , le particolari scelte cromatiche e iconografiche e le ulteriori influenze   ̶   ad esempio quelle metafisiche   ̶   che si riscontrano osservando la collezione.

Il Museo Nori De' Nobili a Ripe
Visitando la collezione …2.
Il Museo Nori De' Nobili a Ripe
Visitando la collezione …3.

In ultimo voglio aggiungere quanto ho apprezzato l’ottima gestione e organizzazione del Museo e la preparazione della guida che mi ha accompagnato durante la visita, mostrandomi anche l’area espositiva al piano terra (da qui l’essere del Museo anche Centro Studi sulla Donna nelle Arti Visive Contemporanee): uno spazio al femminile dedicato a esposizioni temporanee contemporanee (adesso, fino al 21 ottobre 2018, vi è la mostra di fotografie di danza di Emanuela Sforza, a cura di Simona Zava).

Il Museo Nori De' Nobili a Ripe
Il Centro Studi sulla Donna nelle Arti Visive Contemporanee del Museo Nori De’ Nobili con l’allestimento della mostra fotografica di Emanuela Sforza.

Quest’ultima cosa ha rappresentato per me una vera e propria ciliegina sulla torta: vedere come in una piccola cittadina sia presente una realtà museale importante impegnata a tramandare, storicizzandola, la conoscenza di una artista locale, ma anche a promuovere l’arte contemporanea, senza dimenticare la matrice femminile alla base del progetto, nato in onore di Nori De’ Nobili.
Per quanto riguarda le fonti a cui ho attinto per il post, al di là della spiegazione della guida e della visita al Museo, ho letto gli interventi del Sindaco di Trecastelli, Fausto Conigli, del Curatore del Centro Studi Nori De’ Nobili, Carlo Emanuele Bugatti, dell’Assessore alla Cultura del Comune di Trecastelli, Valentina Marinelli, e della Dottoressa Simona Zava, presenti in alcuni pieghevoli reperiti al Museo.
Nori De’ Nobili, come è stato notato dal Dott.re Bugatti, è stata una donna che «[…] ha vissuto in maniera distruttiva, e non poteva essere altrimenti, la sua emarginazione (in quanto donna, in quanto artista, in quanto malata) […]» e per trasmettere questo suo sensibile malessere voglio concludere con la citazione di una sua frase, ricordata dallo stesso Bugatti, in cui si descrive così:

«pallida fronte sotto scura chioma,/ occhi incavati in espression febbrile,/ torbido sguardo contro il mondo vile,/ tragica donna, che non fu mai donna».

Il Museo Nori De' Nobili a Ripe
Alcune delle opere dell’ultima produzione di Nori De’ Nobili. Emerge un linguaggio esistenziale e le case di cura iniziano ad essere scelte da lei come soggetti.

Se vi capita di passare per le Marche vi consiglio la visita a questa inedita collezione che finalmente dà giusta visibilità all’arte di una donna e artista fin troppo poco ascoltata, considerata e ricordata (1).
In ultimo vi lascio il link al sito del Museo per rimanere aggiornati sulle iniziative, mostre ed eventi che organizzano.

(1) Negli ultimi anni, in accordo con la crescente attenzione del mondo dell’arte e della cultura per la produzione di Nori De’ Nobili, sono state organizzate varie mostre a lei dedicate: alla Rocca Roveresca di Senigallia, al Parlamento Europeo a Bruxelles, alla Mole Vanvitelliana di Ancona e a Milano, alla Casa delle Arti – Museo Alda Merini, la cui storia permette di istituire dei parallelismi con quella di Nori. 

Se non hai letto l’ultimo post dedicato al borgo marchigiano di Torre di Palme, ecco il link

Il borgo marchigiano di Torre di Palme

Un borgo medievale ricco di stimoli storico artistici e naturalistici, sei curioso di scoprirlo?

Torre di Palme
Veduta di Torre di Palme
Torre di Palme
Veduta di Torre di Palme
Torre di Palme
Veduta di Torre di Palme
Torre di Palme
Veduta di Torre di Palme

Mi piace iniziare questo post con una citazione dello scrittore e giornalista Guido Piovene «Un viaggio nelle Marche, non frettoloso, porta a vedere meraviglie». Nella scorsa settimana, consapevole delle testimonianze storico artistiche e delle possibilità naturalistiche che questa Regione offre, ho cercato di godere con la giusta calma  ̶  quella che ci manca sempre di più nella vita di tutti i giorni  ̶  di tante “piccole” realtà del territorio. Tra queste l’incantevole  ̶  e non sto esagerando  ̶ Torre di Palme, in provincia di Fermo: un borgo medievale che, a 104 metri sul mare, offre irresistibili scorci sul Mar Adriatico.
La storia di Torre di Palme è legata a quella dell’antica città Picena di Palma (VI secolo a.C), poi conquistata dai Romani nel III secolo a. C. e nota sia per il suo porto sia per l’area in cui sorgeva, l’Ager Palmensis (Val Vibrata – Chienti), rinomata già in epoca romana per la produzione di ottimo vino. Torre di Palme sorse poi tra XI e XII secolo, quando iniziarono a verificarsi i primi spostamenti della popolazione dell’antica Palma  ̶  distrutta a causa delle invasioni barbariche e di quelle dei pirati saraceni  ̶  verso il colle dove era già collocata una torre di avvistamento (Turris Palmae, da cui il nome) e dove già alcuni eremiti si erano recati.

Ma ora dopo questi brevi cenni storici, cosa ci si deve aspettare visitando Torre di Palme? Cosa vedere?
Ecco alcuni spunti:
1 La Chiesa di San Giovanni Battista.
2 La Chiesa di Santa Maria a Mare e il vicino Oratorio di San Rocco.
3 La Chiesa Parrocchiale di S. Agostino.
4 Il bosco del Cugnolo e la storia della Grotta degli amanti Laurina e Antonio.

1 La Chiesa di San Giovanni Battista risulta essere la più antica costruzione  ̶ realizzata in blocchi di pietra  ̶  di tutta Torre di Palme: risalente al IX-X secolo circa, quando i primi gruppi di eremiti (vedi sopra) si stabilirono in questo borgo. L’interno è essenziale, a pianta rettangolare (aula unica), mentre la facciata presenta nel sottotetto una serie di archetti pensili a tutto sesto e un portale sormontato da un arco ugualmente a tutto sesto. La Chiesa è stata sottoposta a due interventi di restauro, uno nel 1930 (di questo infausto periodo resta una targa dedicata ai caduti in guerra), e il secondo nel 1996.

Torre di Palme
Facciata della Chiesa di San Giovanni Battista di Torre di Palme

2 La Chiesa di Santa Maria a Mare è una chiesa complessa da descrivere in poche righe per il suo essere estremamente eterogenea: eretta tra XII e XIII secolo presenta tantissimi elementi tipici dei secoli a venire; si riscontrano influssi romanici, gotici ma anche rinascimentali, fino alle tempere del soffitto, a tema mariano, del pittore Sigismondo Nardi del 1911. Affascinante è osservare i vari affreschi che si incontrano percorrendo con lo sguardo le mura. Devo dire che a livello architettonico e figurativo è l’edificio (pianta rettangolare a tre navate) che ho apprezzato di più tra tutti, in particolare per l’area presbiteriale in tre campate (la zona con l’altare), delimitata da tre grandi arcate ogivali; sulla sinistra dello stesso presbiterio vi sono anche un arcosolio di un priore (un tipo di sepoltura a parete, sormontata da un arco a tutto sesto) con un affresco di scuola giottesca e alcuni altri databili tra XV e XVI secolo. Uscendo dalla Chiesa ci si ritrova quasi subito di fronte al belvedere del borgo  ̶  da cui scattare delle foto è praticamente un riflesso condizionato  ̶  e all’Oratorio di San Rocco (XIV-XV secolo).

Torre di Palme
Facciata della Chiesa di Santa Maria a Mare di Torre di Palme
Torre di Palme
Interno (area presbiteriale) della Chiesa di Santa Maria a Mare di Torre di Palme
Torre di Palme
Interno con le arcate ogivali (area presbiteriale) della Chiesa di Santa Maria a Mare di Torre di Palme
Torre di Palme
Interno della Chiesa di Santa Maria a Mare di Torre di Palme

3 La Chiesa Parrocchiale di S. Agostino: un edificio a pianta rettangolare relativo ai secoli XIV e XV secolo, dalle influenze tardo medievali. La facciata è a capanna (ovvero con tetto a due spioventi), un rosone in alto ed un portale strombato. La chiesa è rinomata per la presenza del Polittico (tempera su tavola) del veneziano Vittore Crivelli (Venezia, 1440 – Fermo 1501/1502), di cui a primo acchito si possono cogliere i riferimenti tardogotici e bizantini. La predella (la fascia del Polittico in basso), con Gesù Cristo tra gli Apostoli, è testimone del furto dello stesso Polittico nel 1972: alcuni apostoli sono mancanti.

Torre di Palme
Interno della Chiesa Parrocchiale di Sant’Agostino di Torre di Palme
Torre di Palme
Facciata della Chiesa Parrocchiale di Sant’Agostino di Torre di Palme
Torre di Palme
Polittico di Vittore Crivelli della Chiesa Parrocchiale di Sant’Agostino di Torre di Palme
Belvedere di Torre di Palme
Torre di Palme
Oratorio di San Rocco di Torre di Palme

4 Torre di Palme è un’interessante meta anche per gli appassionati di escursioni e natura. Si tratta, infatti, di un borgo noto per la presenza dell’area boschiva del Cugnolo e del suo sentiero. Il percorso di circa 2 km  ̶  esempio di macchia mediterranea lungo la Costa adriatica  ̶  non è complesso (necessita però di idonee calzature e della necessaria prudenza) ed è raggiungibile a piedi direttamente dal borgo, grazie al cartello di indicazione. Non solo natura ma anche storia: percorrendo il sentiero si può raggiungere la Grotta degli Amanti, un luogo legato ai due giovani promessi sposi Laurina e Antonio. Antonio, un militare della Prima guerra mondiale, decise una volta in congedo di non ritornare più a combattere e di rifugiarsi con l’amata in questa grotta di arenaria. Antonio stava rischiando l’accusa di diserzione, il tempo passava inesorabile e le notizie circolavano, così, i due amanti, piuttosto che separarsi ed andare incontro ad uno sfavorevole destino, preferirono uccidersi, gettandosi legati insieme dallo scialle di lei e dalla cinta di lui nel Fosso di S. Filippo (70 m), in cui si scende entrando nel sentiero. Laurina morì all’istante, Antonio pochi mesi dopo a causa delle gravi ferite riportate alla colonna vertebrale.

Torre di Palme
Sentiero del Cugnolo a Torre di Palme
Torre di Palme
Sentiero del Cugnolo a Torre di Palme

Questi sono solo alcuni spunti e che dirvi di più? Ho apprezzato molto la visita sia per le architetture che vi ho incontrato, sia per la cura che i cittadini del posto hanno verso la loro terra: ogni angolino offre scorci evocativi, balconcini fioriti, archi, caffè e ristorantini. L’Italia è piena di tesori e mete da non lasciarsi sfuggire perché la nostra Italia è davvero tutta da scoprire!

Torre di Palme
Veduta di Torre di Palme
Torre di Palme
Veduta di Torre di Palme
Torre di Palme
Veduta di Torre di Palme

Fonti
Per quanto riguarda le fonti ho attinto a tutti i pannelli esplicativi collocati all’esterno degli edifici storici del borgo  ̶  cosa che ho apprezzato moltissimo: una realtà ben organizzata e che ci tiene a far conoscere con la dovuta precisione i propri tesori  ̶  e dal sito dei borghi più belli di Italia di cui vi lascio il link.

Se vuoi vedere la gallery completa vieni a dare un’occhiata al profilo instagram di Confronti d’arte

Paul Gauguin in 6 punti. Scoprili su Confronti d’arte

 

Gauguin in 6 punti su Confronti d'arte
Paul Gauguin, Still Life with Teapot and Fruit, oil on canvas, 1896, MET, NY, OA.

Oggi un post per iniziare a conoscere in 6 punti Paul Gauguin, tra gli artisti protagonisti della Parigi di fine Ottocento, legato a quelle tendenze artistiche che, per il loro svincolarsi da una concezione dell’arte tipicamente impressionista (1), sono state definite post-impressioniste, nonostante il loro iniziale e intenso legame con questo orientamento artistico di metà Ottocento.
Ma ora cominciamo!

Indice
1 La nascita di Paul Gauguin: un destino segnato?
2 L’amore per la pittura: una passione in evoluzione
3 Lo stile tra simbolismo ed esotismo
4 L’amicizia con Theo e Vincent van Goh
5 I viaggi in giro per il mondo
6 L’attività come giornalista

 

Gauguin in 6 punti su Confronti d'arte
Paul Gauguin, The Siesta, oil on canvas, 1892-94, MET, NY, OA.

1 La nascita di Paul Gauguin: un destino segnato?
Gauguin nacque il 7 giugno 1848 a Parigi. Il padre, Clovis Gauguin era un giornalista repubblicano, mentre la madre, Aline Chazal, con le sue origini potè in qualche modo contribuire al destino del figlio. Aline, infatti, era figlia dell’esuberante e anticonformista Flora Tristán (la nonna di Gauguin), proveniente da una famiglia nobile spagnola, trasferitasi in Perù (la storia della nonna dell’artista è molto triste: tornò in Francia e sposò l’incisore André Chazal che nel 1844 la uccise). Gauguin non conobbe mai la nonna personalmente, in compenso passò parte della sua infanzia in Perù: i genitori di Gauguin per motivi politici, dal 1849, decisero di trasferircisi e la morte del padre dell’artista, avvenuta a causa di un aneurisma proprio durante il viaggio, convinse la madre a trattenersi in Perù, dove potè almeno godere della vicinanza della famiglia. Gauguin rimase lì fino ai 7 anni e quella vita così diversa da quella francese e parigina dovette influenzare molto le sue scelte future (Gauguin fu sempre alla ricerca di suggestioni esotiche).

Gauguin in 6 punti su Confronti d'arte
Paul Gauguin, Tahitian Women Bathing, Oil on paper, laid down on canvas, 1892, MET, NY, OA.
Gauguin in 6 punti su Confronti d'arte
Paul Gauguin, Three Tahitian Women, oil on wood, 1896, MET, NY, OA.

2 L’amore per la pittura: una passione in evoluzione
Gauguin iniziò a sviluppare la sua passione per l’arte a casa di Gustavo Arosa, un collezionista d’arte a cui l’artista fu affidato quando, nel 1867, diciannovenne, perse le madre. Da quel momento il suo amore per l’arte andò evolvendosi costantemente; Gauguin frequentò l’Accademia Colarossi di Parigi insieme al caro amico alsaziano Emile Schuffenecker, che spesso lo aiutò durante vari momenti di difficoltà economica, e tramite lo stesso Arosa conobbe Camille Pisarro. A partire da questo incontro Gauguin conobbe artisti come Monet, Manet e Degas, iniziando così il proficuo sodalizio con la cerchia degli impressionisti da cui si lascò ispirare  ̶  in particolare modo da Pisarro e Degas  ̶  per poi sviluppare un linguaggio del tutto personale. Le esposizioni ufficiali degli impressionisti furono in tutto otto, a partire dalla prima nel 1874 presso lo studio del fotografo Felix Nadar, fino all’ultima nel 1886. Per comprendere l’iniziale legame di Gauguin con questi artisti basti pensare che, a partire dalla quarta esposizione, nel 1879, Gauguin continuò ad esporre con loro fino all’ultima edizione. La crescente vocazione artistica spinse Gauguin a dedicarsi esclusivamente all’arte dal 1883 quando tra l’altro, a causa di una crisi economica francese, perse il lavoro (vedi punto 5). Da quel momento iniziarono per l’artista anche i diversi problemi economici che non lo abbandonarono mai più.

Gauguin in 6 punti su Confronti d'arte
Paul Gauguin, Two Tahitian Women, oil on canvas, 1899, MET, NY, OA.
gauguin in 6 punti su confronti d'arte
Paul Gauguin, Two Women, oil on canvas, 1901/1902, MET, NY, OA.

3 Lo stile tra simbolismo ed esotismo
Gauguin iniziò a dipingere amatorialmente e ben presto si avvicinò al gruppo degli impressionisti, da cui, almeno agli inizi, fu molto influenzato. Gauguin, però, con il tempo abbandonò sempre di più il realismo della rappresentazione a favore di una resa simbolica, stendendo sulle tele, attraverso ampie pennellate piatte, i colori primari, giallo-rosso-blu (gli impressionisti usavano i colori complementari e per rendere l’istantaneità della percezione visiva e la raffigurazione il più realistica possibile stendevano i colori picchiettandoli sul supporto). Il suo obiettivo era quello di raffigurare ciò che vedeva a seconda della sua percezione emozionale, andando oltre il realismo della rappresentazione. Gli influssi predominanti nella pittura sintetica di Gauguin sono quelli provenienti dal Giappone  ̶  all’epoca si diffuse molto la passione per le stampe grafiche giapponesi di artisti legati all’Ukiyo-e come Utagawa Hiroshige e Utagawa Kuniyoshi  ̶  e quelli di matrice gotica per l’utilizzo da parte dell’artista di una tecnica, poi definita dal critico Edouard Dujardin cloisonnisme, simile a quella medievale del cloisonné, usata soprattutto nell’oreficeria e per le vetrate gotiche: dei fili metallici saldati su una base di supporto, modellati entrambi in modo da ottenere il disegno desiderato, erano riempiti da smalti colorati. Gauguin infatti era solito delineare i contorni delle figure con delle linee nere per poi riempirle con il colore puro. Osservando le sue opere si riesce benissimo a percepire l’esotismo e ad accorgersi del simbolismo che le permea, considerando anche quanto l’artista sia rimasto affascinato dalla cultura e dalle credenze dei popoli con i quali visse così tanto a contatto.

gauguin in 6 punti su Confronti d'arte
Paul Gauguin, Tahitian Landscape, oil on canvas, 1892, MET, NY, OA.
gauguin in 6 punti su confronti d'arte
Utagawa Kunisada, Rain of the Fifth Month (Samidare), Polychrome woodblock print; ink and color on paper, Edo period (1615–1868), MET. NY, OA.

4 L’amicizia con Theo e Vincent van Gogh
Gauguin strinse un legame d’amicizia con Vincent e Theo van Gogh (Theo era il fratello di Vincent). Tutto iniziò a Parigi nel 1887 quando i due artisti si scambiarono delle opere, raggiungendo un drammatico apice quando, tra il 23 ottobre e il 24 dicembre del 1888, Gauguin fu ospite di Van Gogh ad Arles, nella famosa casa gialla, dove l’artista si era trasferito alla ricerca di maggiore tranquillità. Van Gogh convinse Gauguin a raggiungerlo lì viste anche le difficoltà economiche di entrambi: condividere vitto e alloggio e lavorare insieme sarebbe potuto essere più facile. Il rapporto tra i due artisti, però, si rivelò complesso e Van Gogh in preda ad una crisi violenta compì un atto autolesionistico tagliandosi il lobo di un orecchio dopo aver tentato di aggredire l’amico; da quel momento Gauguin lasciò Arles.

5 I viaggi in giro per il mondo
Come dicevo inizialmente Gauguin è noto per le sue opere dal fascino esotico. Quando ancora era un giovanissimo ragazzo di 17 anni inziò i suoi viaggi in mare, prima su un’imbarcazione mercantile e poi come arruolato in marina. Decisioni, queste, che lo portarono prima verso il Sud America e poi a compiere il giro del mondo. Nonostante appena tornato in Francia sia stato indirizzato, grazie all’appoggio e all’impegno di Arosa, ad una vita borghese, ottenendo un impiego come agente di cambio e sposandosi, nel 1873, con la danese Mette God, da cui ebbe 5 figli, non riuscì mai ad acquietare il suo desiderio di libertà e di ricerca di nuovi posti da cui lasciarsi ispirare, lontano dal conformismo borghese occidentale. Risalgono al 1887 il viaggio di Gauguin con l’amico pittore Charles Laval (del gruppo di artisti di Pont-Aven) verso l’isola Taboga (Panama) e il successivo spostamento presso l’Isola di Martinica, un luogo che affascinò e catturò i due artisti più che mai. Nello stesso anno i due uomini costretti dal clima  ̶  le piogge si facevano sempre più consistenti  ̶  e da malattie e disturbi come la malaria e la dissenteria, tornarono a Parigi. Gauguin, però, non era intenzionato a rinunciare al suo “sogno selvaggio” tanto che nel 1891 si imbarcò da Marsiglia per Tahiti (Polinesia), muovendosi tra Papeete, Pacca e Mataїca, riuscendo anche ad ottenere una sovvenzione dal Ministero della Pubblica Istruzione e delle Belle Arti Francesi per la sua spedizione di alto valore culturale. Questa volta, nel 1893, furono le condizioni economiche a spingerlo a rientrare a Parigi; ma già nel 1896 si imbarcò nuovamente per tornare a Tahiti, per poi nel 1901 raggiungere le Isole Marchesi, dove si spense ammalato di sifilide l’8 maggio 1903, all’età di 55 anni.

gauguin in 6 punti su confronti d'arte
Paul Gauguin, La Orana Maria (Hail Mary), oil on canvas, 1891

6 L’attività come giornalista
Tra fine Ottocento e inizio Novecento Gauguin si dedicò all’attività di giornalista, ereditando alcune delle capacità del defunto padre, scagliandosi contro i colonizzatori occidentali e i missionari cattolici in Polinesia. Scrisse vari saggi e articoli pubblicandoli sia sul giornale di Papeete “Les Guêpes” e poi sul periodico “Le Sourire” da lui fondato. Nel 1903, ormai nelle Isole Marchesi, questa attività gli causò la condanna a tre mesi di galera e a una multa di 500 franchi.

Vi lascio qui l’utile fonte a cui ho fatto riferimento per scrivere il post, ve ne consiglio la lettura se volete approfondire e conoscere meglio questo fantastico artista e le sue opere, c’è ancora tanto da scoprire!

Fiorella Nicosia, Paul Gauguin, Giunti Editore, La Biblioteca dell’Arte. Vita d’artista N. 14, Firenze-Milano, 2005.

(1) l’Impressionismo nacque a Parigi intorno al 1860, a partire da artisti che rifiutarono la pittura accademica, volendo, invece, ritrarre ciò che li circondava, dipingendo  ̶  fatte poche eccezioni, come nel caso di Edgar Degas che dipingeva in studio  ̶  en plen air, ovvero all’aria aperta, dal vivo; volevano riprodurre l’istantaneità della percezione visiva.

Se non avete ancora letto l’ultimo post sull’installazione dell’artista contemporaneo James Luna e sulla storia dell’Indiano d’America Ishi, ecco il link.

James Luna e gli Indiani d’America

Cosa può accomunare una performance-installazione di un artista contemporaneo come James Luna alla storia dell’Indiano Americano Ishi? Leggi il post per scoprirlo

Oggi vorrei provare a mettere in relazione il lavoro dell’artista Indiano d’America (Mexican American Indian), James Luna (1950-2018), con una lettura di antropologia che ho fatto qualche tempo fa, Resti di umanità di Adriano Favole.
L’opera performativa a cui farò riferimento è stata realizzata da Luna in occasione dell’esposizione The Global Contemporary Art Worlds After 1989, tenutasi allo ZKM Museum of Contemporary Art di Karlsruhe dal 17 settembre 2011 al 5 febbraio 2012.

James Luna e gli Indiani d'America
Immagine dal catalogo della mostra.
B. F. Upton, Unidentified Native American Indian, American, about 1870, Albumen silver print. Digital image–> Getty’s Open Content Program.

La mostra si riproponeva di esporre le opere di artisti provenienti da ogni parte del mondo, proprio nell’ottica di favorire  ̶  come da titolo  ̶  una visione dell’arte in un mondo ormai globalizzato. Per molto tempo l’arte è stata solo ed esclusivamente occidentale, era l’Occidente a dominare sulle altre realtà, come se esistesse una chiara logica di superiorità. In un mondo globalizzato le cose sono continuamente in evoluzione, a favore di un’arte non più occidentocentrica e di cui va considerata ogni implicazione culturale, geografica, politica ed estetica.
Nel catalogo – visionabile gratuitamente  qui  ̶   è tra l’altro presente una prefazione del critico e curatore austriaco Peter Weibel e una introduzione dello storico dell’arte tedesco Hans Belting, volte ad indagare proprio il concetto di globalizzazione e i cambiamenti verificatisi dopo il 1989 con la caduta del Muro di Berlino, la fine della Guerra Fredda e l’avvento di una nuova epoca.

Prima di proseguire però, chi è James Luna?
James Luna è stato un artista indiano americano che dal 1975 ha vissuto e ha lavorato presso La Jolla Indian Reservation in California. Ha realizzato innumerevoli performance e installazioni provocatorie, con l’obiettivo di favorire una riflessione sui problemi che affliggono i Nativi americani, criticando il modo convenzionale in cui gli stessi e la loro storia vengono presentati dalle esposizioni museali più tradizionali.
Tornando all’esposizione, The Global Contemporary era divisa in diverse sezioni, quella dove Luna ha presentato il suo lavoro era: World Art. The Curiosity Cabinet from a Post Colonial Perspective. Come si può leggere nel catalogo della mostra, prima della globalizzazione con “arte del mondo” gli occidentali connotavano l’arte e l’artigianato di altri popoli esposti nei musei etnografici, stranezze da guardare con curiosità; un’espressione, “arte del mondo”, sicuramente da abolire in un mondo ormai postcoloniale.
L’opera performativa di Luna si chiamava The Artifact Piece: l’artista nudo  ̶  fatta eccezione per un gonnellino bianco a copertura del pube  ̶  era sdraiato all’interno di una specie di teca colma di sabbia e circondato da alcuni oggetti, testimoni muti della vita di Luna, come il suo diploma, i documenti del divorzio, oggetti personali… compresa una targa con il suo nome. L’installazione richiamava chiaramente le teche dei musei etnografici. Luna era diventato un oggetto privo di vita da esporre agli occhi dei curiosi visitatori.
Quando ho letto di questa performance-installazione di Luna mi è subito venuta in mente la storia vera di Ishi. Il ricercatore statunitense Alfred Kroeber a inizio Novecento portava avanti presso l’Università della California, a San Francisco, una ricerca sugli Indiani d’America che in quegli anni, proprio in California, stavano scomparendo a causa della colonizzazione americana (la corsa all’oro era iniziata a metà Ottocento). Kroeber assistendo al fenomeno si preoccupò di salvaguardare quante più testimonianze possibili delle tradizioni culturali e della lingua di quel popolo. Per questo, insieme al linguista Tom Waterman, intrattenne un lungo sodalizio con Ishi (non era il suo nome, nella lingua yana significa “umano”, Ishi il suo vero nome non lo svelò mai), un Indiano d’America disposto ad offrire loro numerose interessanti informazioni sul suo popolo, quello degli Yahi. Ishi fu portato nel Museo del Dipartimento di Antropologia dell’Università della California di Berkeley dove visse in una stanza a lui destinata.

«Grandi folle accorrevano al museo per contemplare questo “resto” in carne e ossa di un’umanità in via di scomparsa, inevitabilmente destinata all’estinzione secondo il paradigma evoluzionistico dell’epoca. Oltre al suo lavoro di informatore per gli antropologi, durante il giorno Ishi intratteneva i visitatori mostrando loro il modo in cui si costruiva la punta di una freccia o si tendeva un arco. Come in un agghiacciante zoo umano, i visitatori si accalcavano per poterlo vedere, per toccarlo, stringergli la mano» (Favole, 2003).

Erano talmente tanti i visitatori che volevano vedere Ishi «ultimo Indiano selvaggio d’America» che Waterman avanzò l’ipotesi di separarlo dai visitatori attraverso un vetro durante l’orario di apertura del Museo (poi si decise di spostarlo in una sala più piccola così da limitare il flusso dei visitatori/curiosi). Ishi morì di tubercolosi nel marzo 1916 e, nonostante avesse più volte espresso il desiderio che il suo corpo intatto venisse bruciato, venne sottoposto ad autopsia e il cervello donato secondo un modus operandi tipico della cultura dell’epoca allo Smithsonian Istitution di Washington (la cosa fece arrabbiare moltissimo Kroeber che all’epoca della morte di Ishi era lontano per lavoro, a New York):

«Ishi aveva cessato di essere una reliquia vivente, ma i suoi resti si trasformarono in reliquie che la scienza giudicava ancora preziose per i suoi studi» (Favole, 2003).

Oggi Ishi riposa in pace perché nell’agosto del 2000 i suoi resti, grazie ad una legge federale americana degli anni Novanta che «impone la catalogazione dei resti umani e degli oggetti funebri nativi e la loro restituzione alle comunità originarie» (Favole, 2003) e ad un gruppo di attivisti di Oroville, sono stati sepolti nei pressi del Monte Lassen (il posto preciso è fortunatamente sconosciuto).
Ovviamente il caso di Ishi è un caso limite, come dicevo legato fortemente alla cultura dell’epoca ma fa riflettere sul nostro passato e sul nostro presente e futuro. Mi è sembrato interessante creare un paragone con l’opera di Luna, per ragionare insieme su quanti significati, implicazioni e spunti un’opera contemporanea come quella di Luna può sottendere.

Riferimenti:
Adriano Favole, Resti di umanità. Vita sociale del corpo dopo la morte, Editori Laterza, Roma-Bari, 2003.
Catalogo della mostra The Global Contemporary. Art Worlds after 1989.

Se può interessarvi e non avete ancora letto l’ultimo post sull’installazione Spirits di Rebecca Horn, vi lascio il link.

Rebecca Horn, Spirits, un memento mori contemporaneo?

 

Rebecca Horn e l'installazione Spirits del Museo MADRE di Napoli
Unknown, Study of Three Skulls (recto); Architectural Study (verso), German, about 1530, Pen and black ink, brush with gray wash, heightened with white gouache, on green prepared paper (recto); pen and black ink (verso), 14.9 x 23.2 cm (5 7/8 x 9 1/8 in.), 89.GA.24. (digital image–> Getty’s open content program)

L’installazione Spirits di Rebecca Horn al museo d’Arte Contemporanea Donnaregina di Napoli (MADRE) è un memento mori (1) contemporaneo o, nonostante l’aspetto apparentemente macabro,  un messaggio di speranza e rigenerazione? Leggi il post e scopriamolo insieme!
Sperimentare linguaggi e media diversi non ha impedito all’artista tedesca Rebecca Horn di trasmettere «la poeticità delle cose e del corpo come campo di forze naturali» (Cicelyn- Avallone, 2003, p.n.n).
L’installazione permanente Spirits (vi lascio il link al sito del MADRE per vedere le foto dell’installazione di Amedeo Benestante), realizzata nel 2005 in una sala a lei dedicata del MADRE di Napoli, ne è una evidente prova; essa consiste in una riproposizione ridotta dell’installazione ambientale Mother-of-Pearl Spirits realizzata dall’artista in Piazza del Plebiscito nel Natale 2002, secondo la tradizione inaugurata nel 1995 da Mimmo Paladino con La Montagna di Sale (Cicelyn, 2010).

Entrambe le opere della Horn sono ispirate al culto delle capuzzelle, crani ignoti del cimitero napoletano delle Fontanelle dette anche anime pezzentelle. Secondo la credenza popolare infatti, le capuzzelle erano identificabili con le anime del Purgatorio, spoglie senza nome in cerca di pace; solo le cure dei fedeli tornavano a dare loro speranza, tutte avevano bisogno di refrisco ovvero di refrigerio per alleviare le loro sofferenze in Purgatorio. Per questo motivo, ogni fedele sceglieva un cranio di cui prendersi cura in cambio di una grazia o più semplicemente dei numeri da giocare al lotto. I defunti e i vivi potevano anche comunicare attraverso i sogni: spesso era la capuzzella che in sogno appariva al fedele per dar lui indicazioni su come riconoscerla in quella selva di ossa (Niola, 2003, pp. 14-16). Questi teschi sono, come ha sottolineato Marino Niola, antropologo con cui l’artista collabora dal 2002, dei «documenti- monumenti» (Ivi, p. 17) dello spirito comunitario Napoletano.
Per capire interamente l’essenza del lavoro che la Horn ha realizzato per il Madre di Napoli è necessario conoscere l’installazione ambientale del 2002, costituita di 333 teschi fusi in ghisa dal calco di una vera capuzzella, incastonati nella pavimentazione della piazza e sormontati da 77 aureole di color madreperlaceo a 14 metri d’altezza, ottenute grazie all’ausilio di neon. I visitatori, accompagnati dalle note di Hayden Danyl Chisholm, potevano camminare tra i teschi, disposti a spirale, compiendo una vera e propria danza rituale e divenendo l’elemento di coesione tra il basso e l’alto; l’energia dal basso, spazio delle capuzzelle, li attraversava per poi ascendere verso le aureole e al di là di esse, in un luogo oltre i confini spazio tempo (Cicelyn, op. cit, p.n.n); non è un caso che sia stata la stessa Horn a definire i visitatori come «termometri di energia vivente» (ibidem).
La scelta di disporre i crani a spirale appare eloquente per comprendere il senso profondo che permea l’opera: «Questo segno evoca la durata dell’essere nel flusso dei mutamenti, il continuo ricorrere; da sempre le danze in circolo ed a spirale erano legate al movimento ciclico della luna» (ibidem); la Horn ha dunque reificato una metafora di rinascita a cui contribuisce la musica, il «sublimante oratorio» (ibidem) composto da Hayden Danyl Chisholm. Non si può dunque considerare l’installazione della Horn un memento mori contemporaneo, nonostante le immediate critiche che ha ricevuto (Franco, 2010), infatti: «la morte viene mutata in un’energia, non è più punto di arrivo ma di partenza […] questa energia può dare alla morte un nuovo significato, può superare i confini di spazio e tempo, aprire alla vita altre dimensioni» (Cicelyn, op. cit, p.n.n). 
Nella sala del MADRE attaccate alle pareti, tramite assi di metallo, ricompaiono le capuzzelle, ciascuna dotata di uno specchio e solo alcune di una luce; mentre nello spazio continua a diffondersi la voce di Hayden Danyl Chisholm, i neon sono stati eliminati. Anche in questo caso lo scopo è quello di far sentire il visitatore parte di un tutto, elemento di coesione tra il reale e il trascendente nonostante qui lo spazio si sia orizzontalizzato. Gli specchi che collaborano a tale obiettivo non devono essere concepiti solo come mezzi per specchiarsi, per permettere al visitatore di prendere coscienza del proprio destino ma anche e soprattutto come strumenti capaci di ricreare giochi di luce avvolgente e metaforica sulle pareti e al contempo di consentire al visitatore di condividere lo stesso campo energetico degli spiriti, che manifestano la loro presenza in quegli stessi riflessi. Anche qui si ottiene una sublimazione simbolica dell’individuo ormai defunto, il visitatore si trova di fronte alla prova che la morte pone fine solo alla materialità del corpo ma permette all’anima un accesso a nuove forme di esistenza. Idea dell’artista era infatti quella di: «suscitare negli spettatori la sensazione di assistere ad un fenomeno di continuità, di procurare l’idea di una vita che neanche la morte conclude dal momento che la rende partecipe dell’eternità» (Museo Madre, 2005).
Effetti luminosi di tal genere ricordano quelli ottenuti in Heart Shadow lavoro che l’artista tedesca ha realizzato nel 2002 a New York a seguito dell’attentato alle Torri Gemelle. Uno specchio ricoperto d’acqua con al di sotto una luce che collaborava a ricreare poetici riflessi sulla parete di fronte; qui sembrava «crearsi un respiro dell’universo o il rinnovamento ciclico di un’unità cosmica » (Cicelyn, op. cit, p.n.n).
Nella sala del Madre gli specchi, essendo inoltre rotanti, permettono una modulazione degli effetti attraverso l’indirizzamento dei riflessi ed amplificano lo spazio nel tentativo di renderlo infinito. La Horn non vuole solo suscitare sensazioni visive ma anche acustiche e cinetiche, vuole coinvolgere interamente i visitatori (Vettese-Camartin-Drathen, 2009, p. 119). Spesso l’artista, come in questa opera, ha organizzato lo spazio tra opposte polarità (alto-basso, terra-cielo, vita-morte) lasciando tra di esse uno spazio vuoto. In tali spazi vuoti sono sempre presenti elementi di coesione, essi divengono protagonisti essenziali, permettono il moto di flussi magnetici nello spazio. In Spirits il protagonista essenziale è il visitatore e la sua meditazione esistenziale.

(1) Per memento mori  (“Ricordati che devi morire”) si intende un tema sviluppatosi e affermatosi soprattutto nella pittura della Controriforma (post 1563): con la presenza del teschio nelle più svariate composizioni era un ammonimento etico e morale, a ricordare all’uomo la sua finitezza terrena.

E ora le fonti a cui ho fatto riferimento se volete approfondire

Cicelyn- Avallone, 2003, Spiriti di madreperla. Rebecca Horn, Napoli, Id Art.
E. Cicelyn, 2010, Piazza d’arte. Napoli 1995-2009. Quindici anni di installazioni in Piazza del Plebiscito, Napoli, Arte’ m.
M. Niola, 2003, Il Purgatorio a Napoli, Roma, Meltemi.
Vettese-Camartin-Drathen, 2009, Fata Morgana, Milano, Charta
Mario Franco, 21.03.2010, Piazza del Plebiscito Piazza d’ Arte.
Museo Madre, 2005, Spirits by Rebecca Horn.

Per finire, se non lo avete ancora letto, ecco il link all’ultimo post dedicato al Giardino d’artista di Daniel Spoerri e Seggiano

 

Daniel Spoerri e i giardini d’artista. Un mondo incantato da scoprire

Conosci il giardino d’artista di Daniel Spoerri a Seggiano? Leggi il post per saperne di più!
(a cura di Miriam Carinci)

Perché l’uomo sente il bisogno di creare dei giardini?

Mentre lasciare un segno indelebile nella storia è il motivo principale per cui personaggi influenti hanno avviato la costruzione di monumenti ed edifici imponenti, l’origine di giardini e parchi può essere spesso rintracciata nella volontà dell’uomo di plasmare un mondo parallelo, in cui poter fuggire dall’opprimente realtà, dalla routine quotidiana: così è stato per i giardini pensili babilonesi, per gli horti romani, per l’hortus conclusus medioevale, per i giardini rinascimentali, fino ad arrivare ai giardini d’artista contemporanei.
Daniel Spoerri (Galati, Romania, 1930) è uno di quegli artisti contemporanei che si è relazionato e confrontato con la natura, dico uno perché sono in molti, soprattutto negli ultimi anni, ad aver intrapreso questa strada, seppur con esiti diversi. L’Italia ne è piena di esempi, tutt’ora ancora poco trattati e conosciuti, di personalità artistiche influenti che, secondo i propri gusti e il proprio estro, hanno inserito sculture, architetture e giochi d’acqua all’interno di luoghi incontaminati, rendendoli magici, incantati.

Repulsione/attrazione: il complesso rapporto di Daniel Spoerri verso la natura

Dopo anni passati nei fervidi circoli culturali europei delle grandi metropoli, è negli anni Novanta del secolo scorso che Daniel Spoerri, esponente del Nouveau Réalisme, comprende quanto per lui sia impossibile essere veramente libero senza prima fare i conti con il suo grande demone, la Terra. Il suo rapporto con la natura è tutt’altro che idilliaco, per lui “natura” significava tagliare l’erba del giardino della zia, esperienza di per sé poco stimolante e resa ancor più spiacevole dalla presenza di zanzare e insetti.
Un po’ per sfida e un po’ per amore della moglie Katharina Duwen, grande amante dell’’Italia e dei suoi paesaggi, Spoerri decide di affrontare coraggiosamente un ambiente che non conosce e che teme: fa un passo indietro, ha un’occasione per riavvicinarsi alla Natura e la coglie.
La visita di numerosi parchi, come quelli intorno a Roma, e di giardini europei (soprattutto quelli della Germania dell’Est e della Francia), si rivela di fondamentale importanza per l’ideazione del parco spoerriano. Ma un ruolo decisivo lo ricopre sicuramente Bomarzo, dove Spoerri si reca per la prima volta nel 1964: il Giardino dei mostri – così è ricordata la straordinaria e fiabesca creazione – manifesta, con le sue bizzarre e spesso mostruose sculture, celate in parte dalla florida vegetazione, un eccezionale connubio tra arte e natura.

Ma come è approdato un artista di fama internazionale come Spoerri in un piccolo comune del grossetano, in Toscana?

È Spoerri stesso a rivelare che è stato il racconto di un’amica riguardo una casa pendente simile a quella del Sacro Bosco di Bomarzo in vendita nella zona del Monte Amiata, vicino al piccolo paese di Seggiano, a spingerlo ad acquistare quella splendida tenuta di ben 16 ettari, ricordata da oltre duecento anni nelle vecchie mappe come “Il Paradiso” o “Il Giardino”, denominazioni che suggeriscono al visitatore di trovarsi in un giardino paradisiaco. Dal 1991 Spoerri inizia a creare il suo “Sacro Bosco”, inserisce nella natura le sue opere – la prima in assoluto è la Colonna del Ri-nascimento – quasi nascondendole, in modo da catapultare il visitatore in una terra incantata degna dei più surreali e bizzarri racconti di fantasia.
Nel 1997 Il Giardino di Daniel Spoerri apre al pubblico con 33 installazioni, poco meno di una decina realizzate dai colleghi di Spoerri, alcuni dei quali considerati compagni di vita, come Eva Aeppli che per prima, nel 1993, contribuisce con le sue teste di stoffa cucite e poi fuse in bronzo, ricollegabili all’astrologia e ai segni zodiacali, ad amplificare il carattere introspettivo che assume la visita del parco. Jean Tinguely, Roland Topor, Jesus Rafael Soto, Erik Dietman, Bernhard Luginbühl, Dieter Roth, Meret Oppenheim, Arman, Dani Karavan, Eva Aeppli, Esther Seidel, Patrick Steiner, Katharina Duwen, Paul Wiedmer e Olivier Estoppey sono solo quindici dei sessantatrè artisti che hanno contribuito alla crescita del Giardino, che ormai conta più di 110 opere.

daniel spoerri e la colonna del rinascimento

aeppli e 7 volti in bronzo su colonne di marmo (debolezze umane)

– Daniel Spoerri, Colonna del Ri-nascimento (opera n°1), 1991; dedicata alla città di Gibellina in Sicilia, distrutta dal terremoto (bronzo, cm 320×40×40).
– Eva Aeppli, Alcune debolezze umane (n°14), 1993-1994 (7 volti in bronzo su colonne di marmo).

HIC TERMINUS HAERET, un motto per il Giardino

Varcato l’ingresso si è immersi in un mondo che si avvicina ad una dimensione onirica più che reale, sensazione amplificata dalla scelta di Spoerri di saldare sulla parte alta del cancello d’ingresso l’iscrizione “HIC TERMINUS HAERET”. L’ambigua frase latina, trasposta in italiano come “Qui è la fine”, può essere interpretata in diversi modi: la parola “haeret” traducibile in “aderire”, è un termine che pone l’accento sul labile confine tra realtà e sogno, giorno e notte, vita e morte, un confine che deve rimanere unito, saldo, incollato. Il motto del giardino nasconde anche uno dei temi cari all’artista, fondato sul legame tra amore e morte, poiché “Hic terminus haeret” sono le parole pronunciate da una Didone sedotta e abbandonata da Enea, poco prima di maledire l’amato e togliersi la vita. La bella e la Bestia e Il diavolo e la donna impudica sono due coppie che ben esprimono questo tipo di relazione amorosa deviata: il maschio, inteso come presenza demoniaca, come mostro, osserva a distanza la femmina ignara, inconsapevole del pericolo che sta correndo; a dividerli il ruscello che impedisce alla Bestia di raggiungere l’oggetto la bella e il filo spinato che fa da giaciglio alla donna impudica e allo stesso tempo la protegge dal diavolo.

Daniel Spoerri e la bella e la bestiadaniel spoerri e il diavolo e la donna

– Daniel Spoerri, La Bella e la Bestia (opera n°19), 1996 (bronzo, due elementi: la Bestia cm 200×80×65; la Bella cm 40×25).
– Daniel Spoerri, Il diavolo e la donna impudica (opera n°20), 1997 (bronzo, pietre e filo spinato; Diavolo: cm 165×40; l’Impudica: cm 70×100).

La visita del Giardino come ricerca spirituale

La collocazione di sculture e strutture all’interno del Giardino non si basa su un progetto iniziale, anzi, tutto sta all’estro e alla sensibilità di Spoerri, sempre attento a non sovrastare l’ambiente naturale, cercando un equilibrio che esalti la bellezza delle opere e la loro capacità di suggestionare. Vorrei ricordare due creazioni esemplari da questo punto di vista: l’Ombelico del mondo – un muretto circolare in pietra sul quale posano nove crani di cavallo fusi in bronzo assieme a lunghi corni, a imitazione dei leggendari unicorni, situato sul punto più alto della collina, con vista su Seggiano –, e il Sentiero murato labirintiforme – un muro di pietre calpestabile, alto solo 50 centimetri, che ricompone un disegno simile a quello dei petroglifi preistorici.
Il visitatore, munito di mappa con la collocazione delle opere numerate, non subisce passivamente le creazioni artistiche come in un museo, ma deve desiderarle, volerle come se partecipasse a una caccia al tesoro dove si è gratificati da una ricompensa non materiale bensì spirituale. Ognuno è libero di scegliere se e quando fermarsi, tuttavia tali “scoperte” premiano gli “esploratori” nella misura in cui questi sono disposti a cercarle: alcune sono volutamente nascoste, celate dalla rigogliosa natura, in modo da ripagare gli sforzi di chi è intenzionato a continuare il viaggio. Si può pensare al Giardino come metafora dell’animo umano: più si è disposti ad andare a fondo senza fermarsi di fronte agli ostacoli, più se ne emerge rafforzati.

daniel spoerri e l'ombelico del mondo

daniel spoerri e il sentiero murato labirintiforme

-Daniel Spoerri, Unicorni / Ombelico del mondo / Omphalos (opera n°3), 1991 (9 elementi in bronzo, cm 280×90×50, ø m 9,30).
– Daniel Spoerri, Sentiero murato labirintiforme (opera n°36), 1996-1998 (pietra peperino murato, erba, area m 6×4, altezza muro cm 50).

Per concludere, cosa ha di particolare questo vero e proprio museo a cielo aperto?

Il Giardino è in continua crescita (il 2 aprile scorso è stata inaugurata un’installazione di Yoko Ono, la centoundicesima del parco), proprio come il suo creatore, per il quale si parla di una crescita non solo artistica ma soprattutto individuale, determinata dall’incessante ricerca di un centro, di una stabilità che, nonostante l’età avanzata, il maestro reputa di non aver ancora raggiunto. Ciò che Daniel Spoerri ha creato a Seggiano non è altro che un modo, a dir poco monumentale, per raccontare sé stesso; persino le opere degli artisti qui ospitati rivelano qualcosa su di lui, ognuna di esse è lì a simboleggiare l’importanza che i loro autori hanno avuto nella sua vita professionale o in quella affettiva. Il Giardino di Daniel Spoerri può essere considerato il riflesso dell’intera esistenza del suo creatore ed è proprio questo che lo rende differente dagli altri parchi d’artista, un’opera davvero unica nel suo genere.

se volete approfondire ecco alcuni consigli di lettura e riferimenti bibliografici:

P. Grimal, L’arte dei giardini, Ripostes, Salerno, 1993
P. D’Angelo (a cura di), Estetica della natura: bellezza naturale, paesaggio, arte ambientale, Laterza, Roma, 2003
A. Mazzanti (a cura di), Sentieri nell’arte: il contemporaneo nel paesaggio toscano, Regione Toscana Artout : Maschietto, Firenze, 2004
S. Frommel (a cura di), Bomarzo: il Sacro Bosco. Fortuna critica e documenti, GB Editoria, Roma, 2009

ed ovviamente il link al sito di Daniel Spoerri 

se vuoi vedere la gallery completa, con le foto ad alta risoluzione ti aspettiamo su il profilo Instagram di Confronti d’arte =)

in ultimo ecco il link all’ultimo post su Salvator Rosa

Salvator Rosa: artista intellettuale e dissidente

Chi era davvero Salvator Rosa?
Se non lo conoscete potete leggere questi 7 punti e scoprire qualcosa in più sulla sua figura e il suo stile

Salvator Rosa (Napoli, 1615 – Roma, 1673) è sicuramente da annoverare tra i maestri del Barocco italiano: un artista a tutto tondo, non fu solamente pittore ma anche poeta, incisore, attore, compositore e musicista, interessandosi non solo all’arte ma anche alla scienza, alla magia, all’alchimia e alla filosofia.

Salvator Rosa su Confronti d'arte in punti per scoprire vita e stile dell'artista

Salvator Rosa, Autoritratto, ca. 1647, oil on canvas, MET, NY (CC0)

INDICE
1 Salvator Rosa: nascita e personalità
2 Salvator Rosa e l’arte: quando si incontrano?
3 Salvator Rosa, Jusepe de Ribera (Xàtiva, 1591 – Napoli, 1652), Aniello Falcone (Napoli, 1600 o 1607 – Napoli, 1665), i Bamboccianti e il classicismo di Nicolas Poussin (Les Andelys, 1594 – Roma, 1665)
4 Salvator Rosa a Firenze
5 Salvator Rosa e l’Accademia dei Percossi
6 Salvator Rosa e l’amore per Lucrezia
7 Salvator Rosa, il ritorno a Roma e la morte

Salvator Rosa è un pittore di origine napoletana, nasce infatti nel 1615 nel quartiere napoletano Arenella, dall’agrimensore Vitantonio de Rosa e da Giulia Greco, proveniente da una famiglia in cui l’arte fa da protagonista: il padre e il fratello sono pittori.
Salvator Rosa dimostra sin da subito di essere un artista poliedrico, fiero e dissidente per riprendere l’espressione usata dallo storico dell’arte Luigi Salerno nel famoso saggio Il dissenso nella pittura. Intorno a Filippo Napoletano, Caroselli, Salvator Rosa e altri, pubblicato su “Storia dell’arte” nel 1970. Salvator Rosa, infatti, deve essere annoverato tra quella cerchia di artisti che con la loro arte, nella Roma di Urbano VIII (1623-44) e in quella di Innocenzo X (1644-55), si tengono ben lontani dall’arte barocca ufficiale, divenendo dei veri e propri pittori filosofi che con le loro opere offrono eccellenti esempi e riflessioni morali ed esistenziali (a Roma l’artista polemizzò anche con Gian Lorenzo Bernini (Napoli, 1598 – Roma, 1680), pupillo di Urbano VIII).

Salvator Rosa inizia a studiare alle scuole pie fondate da Giuseppe Calasanzio (permettevano ai giovani fanciulli, in particolare ai più poveri, di ricevere un istruzione). L’interesse più grande di Salvator Rosa, però, è la pittura a cui si avvicina ben presto grazie allo zio, Domenico Antonio Greco, e al cognato, marito della sorella minore, Francesco Fracanzano (Monopoli, 1612 – Napoli, 1656).

Nei primi anni 30 del Seicento Salvator Rosa entra nella bottega del Ribera (anche lo zio Fracanzano è un seguace dello stesso artista), che in quel periodo domina la scena artistica del napoletano, e successivamente in quella di Aniello Falcone, da cui è influenzato soprattutto nella realizzazione di scene di battaglia, che insieme ai paesaggi, costituiscono i generi in cui l’artista si diletta di più sin da subito. Lo stile iniziale dell’artista è influenzato da 3 fattori predominanti:

– dal naturalismo dell’arte napoletana di primo Seicento, per la quale aveva avuto un ruolo chiave Caravaggio (Milano, 1571 – Porto Ercole, 1610) che a Napoli, tra 1606 e 1607, aveva imposto la sua arte con la pala Le sette opere di Misericordia. Non è un caso che proprio Ribera, detto lo Spagnoletto, abbia ereditato il naturalismo drammatico e luministico del Caravaggio.

– Dalla pittura dei Bamboccianti, attivi a Roma, che Salvator Rosa può apprezzare quando, nel 1635, si reca per la prima volta nell’Urbe, protetto dal cardinal Francesco Maria Brancaccio (Canneto, 1592 – Roma, 1675) , vescovo di Viterbo (per lui realizza la pala con l’Incredulità di san Tommaso per la chiesa viterbese dell’Orazione e Morte). Il nome dato a questo gruppo di artisti deriva da quello che si può definire il capostipite, Pieter van Laer (Haarlem, 1599 circa – Haarlem, 1642), detto appunto il bamboccio per il suo aspetto deforme: un artista olandese che contribuì a corroborare l’arte avviata da Caravaggio, realizzando principalmente nature morte e scene di genere.

– Il classicismo di artisti ̶ protagonisti della scena romana ̶ come Nicolas Poussin e Pietro Testa (Lucca, 1612 – Roma, 1650), anche loro annoverati da Salerno tra i pittori del dissenso.

4 Nel 1641 Salvator Rosa viene invitato a Firenze dal cardinale Giovan Carlo de’ Medici (Firenze, 1611 – Villa di Castello, 1663). A questo periodo si ascrive un cambiamento nella sua arte, la natura diviene selvaggia, ricca di rovine e romantica, i toni diventano più scuri e le scene rappresentate visionarie, a volte orrifiche per la presenza di teschi, demoni, carcasse e dettagli macabri ma anche foriere di significati filosofici (si veda in particolare la filosofia stoica). Salvator Rosa continua a realizzare paesaggi e battaglie ma anche scene mitologiche e bibliche e diversi ritratti allegorici. Proprio a Firenze inizia il filone dei Capricci stregoneschi su commissione di alcune famiglie fiorentine, sensibili ai temi dell’occulto e del mistero (si veda ad esempio Sabba di streghe, post 1649), in cui Salvator Rosa dimostra una certa attenzione anche per composizioni fiamminghe e tedesche.

Salvator Rosa su Confronti d'arte in punti per scoprire vita e stile dell'artista

Salvator Rosa, Banditi su una costa rocciosa, 1655-’60, oil on canvas, MET, NY (CC0)

Salvator Rosa nel 1642, a Firenze, fonda nella sua abitazione, con l’amico filosofo, Giovan Battista Ricciardi (Pisa, 1623 – Pisa, 1686), e con il pittore Lorenzo Lippi (Firenze, 1606 – Firenze, 1665), l’Accademia dei Percossi: una sorta di associazione artistica in cui si organizzano spettacoli, recite poetiche e banchetti.

Intorno al 1640 Salvator Rosa conosce la donna che gli resta accanto fino alla morte: Lucrezia. I due si sposano solo 11 giorni prima della morte dell’artista, il 4 marzo 1673, tanto che Lucrezia rischia l’accusa di concubinaggio, avendo avuto dall’artista due figli: Rosalvo, nato nel 1641 e morto di peste ancora molto piccolo e Augusto, nato nel 1655.

Salvator Rosa su Confronti d'arte in punti per scoprire vita e stile dell'artista

Salvator Rosa su Confronti d'arte in punti per scoprire vita e stile dell'artista

– Salvator Rosa, Allegoria della Fortuna, ca. 1658 – 1659, Oil on canvas (digital image–> Getty’s open content program)
– Salvator Rosa, Il sogno di Enea, 1660-’65, oil on canvas,  MET, NY (CC0)

Nel 1650 Salvator Rosa è di ritorno a Roma e viene ammesso all’Accademia romana di San Luca. Da questo momento si dedica principalmente alla rappresentazione di scene religiose e classiche, senza mai tradire quello stile particolare che ormai è giunto a maturazione e che sarà molto apprezzato dai romantici dell’Ottocento (tanto che per la tendenza al pittoresco la sua arte è stata definita Protoromantica).
L’artista muore il 15 marzo 1673, a soli 57 anni e il figlio Augusto gli fa realizzare dallo scultore Bernardino Fioriti un busto marmoreo intento nella scrittura, poi collocato nel vestibolo circolare della Basilica romana di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, in piazza della Repubblica, dove l’artista è sepolto (sulla tomba si legge un’iscrizione latina che tradotta: “Dedicato a Salvator Rosa napoletano secondo a nessun pittore del suo tempo e ai poeti di ogni tempo, pari ai principi”).

Se volete approfondire potete utilizzare l’Art Dossier a cura di Marco Chiarini e ovviamente il citato saggio di Salerno del 1970, entrambi fonti a cui ho fatto riferimento per la redazione del post.

Come sempre se non avete letto lo scorso post, con l’intervista a Claudia Palma, direttrice dei Fondi storici e dell’Archivio bioiconografico de La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, ecco il link.