Il Museo Nori De’ Nobili di Ripe

Vuoi scoprire un nuovo museo da visitare? Leggi il post dedicato al Museo Nori De’ Nobili, Centro Studi sulla Donna nelle Arti Visive Contemporanee di Ripe.

Il Museo Nori De' Nobili a Ripe
Il Villino Romualdo e l’entrata al Museo Nori De’ Nobili di Ripe
Il Museo Nori De' Nobili a Ripe
Il Villino Romualdo e l’entrata al Museo Nori De’ Nobili di Ripe

Quanto vi entusiasma visitare i musei? A me sempre tantissimo e se poi si tratta di realtà per me nuove mi entusiasmo ancora di più. Grandi tesori e storie da conoscere!
Attirata dalla bellezza di alcuni borghi marchigiani che non avevo mai visitato, ho scoperto il Museo Nori De’ Nobili, Centro Studi sulla Donna nelle Arti Visive Contemporanee a Ripe, nel Comune di Trecastelli, in provincia di Ancona. Il Museo, dedicato all’artista che gli dà il nome, ha una storia giovane, essendo stato inaugurato il 7 ottobre 2012 presso il Villino Romualdo.
La visita alla collezione del Museo, composta da circa una settantina di opere di Nori De’Nobili (Pesaro, 1902-Modena, 1968), mi ha subito catturata e i motivi sono vari.

Ma chi era Nori De’ Nobili?

Il Museo Nori De' Nobili a Ripe
Alcuni ritratti di Nori De’ Nobili

Nori De’ Nobili è stata una artista nata a Pesaro il 17 dicembre 1902 ma vissuta durante l’infanzia insieme alla madre Luisa Augusti nella settecentesca Villa Centofinestre di Ripe. La provenienza da una famiglia benestante   ̶   il padre di Nori De’ Nobili, Carlo De’ Nobili, era un ufficiale di artiglieria e la madre aveva dei legami di parentela con la famiglia nobile dei Castracane   ̶   le consentì di studiare e di frequentare ambienti sempre culturalmente frizzanti. Sin da subito, infatti, dimostrò una propensione per le arti, andata corroborandosi a seguito dei suoi viaggi, a Roma nel 1920 e nel 1924 a Firenze, dove subì l’influenza macchiaiola di personalità come Ludovico Tommasi ma anche di altri artisti come Ottone Rosai e Mino Maccari. L’equilibrio nella vita della giovane artista purtroppo ben presto venne meno a causa della morte dell’amato fratello Alberto nel 1933 ma anche del precedente allontanamento dalla Toscana che, causandole un crollo emotivo, la costrinse ad un periodo di degenza presso Villa Rosa a Bologna, e della successiva morte della madre. Nori de’ Nobili dopo questi tragici momenti non riuscì mai più a recuperare una vera e propria stabilità psicologica tanto che passò il resto della sua vita in diverse case di cura, di cui la più importante è stata sicuramente Villa Igea di Modena, dove si spense nel 1968, l’anno in cui tante donne avrebbero cominciato a lottare per dei diritti che sicuramente le sono mancati. Come mi è stato spiegato durante la visita al Museo, Villa Igea è stata tra le prime case di cura in Italia a riconoscere all’espressione artistica un valore terapeutico e grazie a questo approccio Nori De’ Nobili   ̶   nonostante il convinto mutismo in cui andò chiudendosi negli anni   ̶   potè continuare a disegnare e dipingere arricchendo ogni giorno di più la sua collezione che oggi, al di là di quelle esposte, conta oltre millequattrocento opere.

Il Museo Nori De' Nobili a Ripe
Visitando la collezione …1

Visitando il Museo ho potuto osservare una collezione eterogenea, in cui si coglie sia la conoscenza artistica di Nori De’ Nobili, sia un linguaggio in costante evoluzione, a partire dall’iniziale realismo e dalle influenze macchiaiole, per poi passare ad una produzione onirica   ̶   a tratti accostabile alle sperimentazioni surrealiste   ̶   fino all’espressionismo esistenziale delle ultime opere, tipico di artisti del Die Brücke; senza dimenticare gli innumerevoli ed evocativi autoritratti   ̶   tutti diversi l’uno dall’altro ed anche in vesti maschili   ̶ , le particolari scelte cromatiche e iconografiche e le ulteriori influenze   ̶   ad esempio quelle metafisiche   ̶   che si riscontrano osservando la collezione.

Il Museo Nori De' Nobili a Ripe
Visitando la collezione …2.
Il Museo Nori De' Nobili a Ripe
Visitando la collezione …3.

In ultimo voglio aggiungere quanto ho apprezzato l’ottima gestione e organizzazione del Museo e la preparazione della guida che mi ha accompagnato durante la visita, mostrandomi anche l’area espositiva al piano terra (da qui l’essere del Museo anche Centro Studi sulla Donna nelle Arti Visive Contemporanee): uno spazio al femminile dedicato a esposizioni temporanee contemporanee (adesso, fino al 21 ottobre 2018, vi è la mostra di fotografie di danza di Emanuela Sforza, a cura di Simona Zava).

Il Museo Nori De' Nobili a Ripe
Il Centro Studi sulla Donna nelle Arti Visive Contemporanee del Museo Nori De’ Nobili con l’allestimento della mostra fotografica di Emanuela Sforza.

Quest’ultima cosa ha rappresentato per me una vera e propria ciliegina sulla torta: vedere come in una piccola cittadina sia presente una realtà museale importante impegnata a tramandare, storicizzandola, la conoscenza di una artista locale, ma anche a promuovere l’arte contemporanea, senza dimenticare la matrice femminile alla base del progetto, nato in onore di Nori De’ Nobili.
Per quanto riguarda le fonti a cui ho attinto per il post, al di là della spiegazione della guida e della visita al Museo, ho letto gli interventi del Sindaco di Trecastelli, Fausto Conigli, del Curatore del Centro Studi Nori De’ Nobili, Carlo Emanuele Bugatti, dell’Assessore alla Cultura del Comune di Trecastelli, Valentina Marinelli, e della Dottoressa Simona Zava, presenti in alcuni pieghevoli reperiti al Museo.
Nori De’ Nobili, come è stato notato dal Dott.re Bugatti, è stata una donna che «[…] ha vissuto in maniera distruttiva, e non poteva essere altrimenti, la sua emarginazione (in quanto donna, in quanto artista, in quanto malata) […]» e per trasmettere questo suo sensibile malessere voglio concludere con la citazione di una sua frase, ricordata dallo stesso Bugatti, in cui si descrive così:

«pallida fronte sotto scura chioma,/ occhi incavati in espression febbrile,/ torbido sguardo contro il mondo vile,/ tragica donna, che non fu mai donna».

Il Museo Nori De' Nobili a Ripe
Alcune delle opere dell’ultima produzione di Nori De’ Nobili. Emerge un linguaggio esistenziale e le case di cura iniziano ad essere scelte da lei come soggetti.

Se vi capita di passare per le Marche vi consiglio la visita a questa inedita collezione che finalmente dà giusta visibilità all’arte di una donna e artista fin troppo poco ascoltata, considerata e ricordata (1).
In ultimo vi lascio il link al sito del Museo per rimanere aggiornati sulle iniziative, mostre ed eventi che organizzano.

(1) Negli ultimi anni, in accordo con la crescente attenzione del mondo dell’arte e della cultura per la produzione di Nori De’ Nobili, sono state organizzate varie mostre a lei dedicate: alla Rocca Roveresca di Senigallia, al Parlamento Europeo a Bruxelles, alla Mole Vanvitelliana di Ancona e a Milano, alla Casa delle Arti – Museo Alda Merini, la cui storia permette di istituire dei parallelismi con quella di Nori. 

Se non hai letto l’ultimo post dedicato al borgo marchigiano di Torre di Palme, ecco il link

Daniel Spoerri e i giardini d’artista. Un mondo incantato da scoprire

Conosci il giardino d’artista di Daniel Spoerri a Seggiano? Leggi il post per saperne di più!
(a cura di Miriam Carinci)

Perché l’uomo sente il bisogno di creare dei giardini?

Mentre lasciare un segno indelebile nella storia è il motivo principale per cui personaggi influenti hanno avviato la costruzione di monumenti ed edifici imponenti, l’origine di giardini e parchi può essere spesso rintracciata nella volontà dell’uomo di plasmare un mondo parallelo, in cui poter fuggire dall’opprimente realtà, dalla routine quotidiana: così è stato per i giardini pensili babilonesi, per gli horti romani, per l’hortus conclusus medioevale, per i giardini rinascimentali, fino ad arrivare ai giardini d’artista contemporanei.
Daniel Spoerri (Galati, Romania, 1930) è uno di quegli artisti contemporanei che si è relazionato e confrontato con la natura, dico uno perché sono in molti, soprattutto negli ultimi anni, ad aver intrapreso questa strada, seppur con esiti diversi. L’Italia ne è piena di esempi, tutt’ora ancora poco trattati e conosciuti, di personalità artistiche influenti che, secondo i propri gusti e il proprio estro, hanno inserito sculture, architetture e giochi d’acqua all’interno di luoghi incontaminati, rendendoli magici, incantati.

Repulsione/attrazione: il complesso rapporto di Daniel Spoerri verso la natura

Dopo anni passati nei fervidi circoli culturali europei delle grandi metropoli, è negli anni Novanta del secolo scorso che Daniel Spoerri, esponente del Nouveau Réalisme, comprende quanto per lui sia impossibile essere veramente libero senza prima fare i conti con il suo grande demone, la Terra. Il suo rapporto con la natura è tutt’altro che idilliaco, per lui “natura” significava tagliare l’erba del giardino della zia, esperienza di per sé poco stimolante e resa ancor più spiacevole dalla presenza di zanzare e insetti.
Un po’ per sfida e un po’ per amore della moglie Katharina Duwen, grande amante dell’’Italia e dei suoi paesaggi, Spoerri decide di affrontare coraggiosamente un ambiente che non conosce e che teme: fa un passo indietro, ha un’occasione per riavvicinarsi alla Natura e la coglie.
La visita di numerosi parchi, come quelli intorno a Roma, e di giardini europei (soprattutto quelli della Germania dell’Est e della Francia), si rivela di fondamentale importanza per l’ideazione del parco spoerriano. Ma un ruolo decisivo lo ricopre sicuramente Bomarzo, dove Spoerri si reca per la prima volta nel 1964: il Giardino dei mostri – così è ricordata la straordinaria e fiabesca creazione – manifesta, con le sue bizzarre e spesso mostruose sculture, celate in parte dalla florida vegetazione, un eccezionale connubio tra arte e natura.

Ma come è approdato un artista di fama internazionale come Spoerri in un piccolo comune del grossetano, in Toscana?

È Spoerri stesso a rivelare che è stato il racconto di un’amica riguardo una casa pendente simile a quella del Sacro Bosco di Bomarzo in vendita nella zona del Monte Amiata, vicino al piccolo paese di Seggiano, a spingerlo ad acquistare quella splendida tenuta di ben 16 ettari, ricordata da oltre duecento anni nelle vecchie mappe come “Il Paradiso” o “Il Giardino”, denominazioni che suggeriscono al visitatore di trovarsi in un giardino paradisiaco. Dal 1991 Spoerri inizia a creare il suo “Sacro Bosco”, inserisce nella natura le sue opere – la prima in assoluto è la Colonna del Ri-nascimento – quasi nascondendole, in modo da catapultare il visitatore in una terra incantata degna dei più surreali e bizzarri racconti di fantasia.
Nel 1997 Il Giardino di Daniel Spoerri apre al pubblico con 33 installazioni, poco meno di una decina realizzate dai colleghi di Spoerri, alcuni dei quali considerati compagni di vita, come Eva Aeppli che per prima, nel 1993, contribuisce con le sue teste di stoffa cucite e poi fuse in bronzo, ricollegabili all’astrologia e ai segni zodiacali, ad amplificare il carattere introspettivo che assume la visita del parco. Jean Tinguely, Roland Topor, Jesus Rafael Soto, Erik Dietman, Bernhard Luginbühl, Dieter Roth, Meret Oppenheim, Arman, Dani Karavan, Eva Aeppli, Esther Seidel, Patrick Steiner, Katharina Duwen, Paul Wiedmer e Olivier Estoppey sono solo quindici dei sessantatrè artisti che hanno contribuito alla crescita del Giardino, che ormai conta più di 110 opere.

daniel spoerri e la colonna del rinascimento

aeppli e 7 volti in bronzo su colonne di marmo (debolezze umane)

– Daniel Spoerri, Colonna del Ri-nascimento (opera n°1), 1991; dedicata alla città di Gibellina in Sicilia, distrutta dal terremoto (bronzo, cm 320×40×40).
– Eva Aeppli, Alcune debolezze umane (n°14), 1993-1994 (7 volti in bronzo su colonne di marmo).

HIC TERMINUS HAERET, un motto per il Giardino

Varcato l’ingresso si è immersi in un mondo che si avvicina ad una dimensione onirica più che reale, sensazione amplificata dalla scelta di Spoerri di saldare sulla parte alta del cancello d’ingresso l’iscrizione “HIC TERMINUS HAERET”. L’ambigua frase latina, trasposta in italiano come “Qui è la fine”, può essere interpretata in diversi modi: la parola “haeret” traducibile in “aderire”, è un termine che pone l’accento sul labile confine tra realtà e sogno, giorno e notte, vita e morte, un confine che deve rimanere unito, saldo, incollato. Il motto del giardino nasconde anche uno dei temi cari all’artista, fondato sul legame tra amore e morte, poiché “Hic terminus haeret” sono le parole pronunciate da una Didone sedotta e abbandonata da Enea, poco prima di maledire l’amato e togliersi la vita. La bella e la Bestia e Il diavolo e la donna impudica sono due coppie che ben esprimono questo tipo di relazione amorosa deviata: il maschio, inteso come presenza demoniaca, come mostro, osserva a distanza la femmina ignara, inconsapevole del pericolo che sta correndo; a dividerli il ruscello che impedisce alla Bestia di raggiungere l’oggetto la bella e il filo spinato che fa da giaciglio alla donna impudica e allo stesso tempo la protegge dal diavolo.

Daniel Spoerri e la bella e la bestiadaniel spoerri e il diavolo e la donna

– Daniel Spoerri, La Bella e la Bestia (opera n°19), 1996 (bronzo, due elementi: la Bestia cm 200×80×65; la Bella cm 40×25).
– Daniel Spoerri, Il diavolo e la donna impudica (opera n°20), 1997 (bronzo, pietre e filo spinato; Diavolo: cm 165×40; l’Impudica: cm 70×100).

La visita del Giardino come ricerca spirituale

La collocazione di sculture e strutture all’interno del Giardino non si basa su un progetto iniziale, anzi, tutto sta all’estro e alla sensibilità di Spoerri, sempre attento a non sovrastare l’ambiente naturale, cercando un equilibrio che esalti la bellezza delle opere e la loro capacità di suggestionare. Vorrei ricordare due creazioni esemplari da questo punto di vista: l’Ombelico del mondo – un muretto circolare in pietra sul quale posano nove crani di cavallo fusi in bronzo assieme a lunghi corni, a imitazione dei leggendari unicorni, situato sul punto più alto della collina, con vista su Seggiano –, e il Sentiero murato labirintiforme – un muro di pietre calpestabile, alto solo 50 centimetri, che ricompone un disegno simile a quello dei petroglifi preistorici.
Il visitatore, munito di mappa con la collocazione delle opere numerate, non subisce passivamente le creazioni artistiche come in un museo, ma deve desiderarle, volerle come se partecipasse a una caccia al tesoro dove si è gratificati da una ricompensa non materiale bensì spirituale. Ognuno è libero di scegliere se e quando fermarsi, tuttavia tali “scoperte” premiano gli “esploratori” nella misura in cui questi sono disposti a cercarle: alcune sono volutamente nascoste, celate dalla rigogliosa natura, in modo da ripagare gli sforzi di chi è intenzionato a continuare il viaggio. Si può pensare al Giardino come metafora dell’animo umano: più si è disposti ad andare a fondo senza fermarsi di fronte agli ostacoli, più se ne emerge rafforzati.

daniel spoerri e l'ombelico del mondo

daniel spoerri e il sentiero murato labirintiforme

-Daniel Spoerri, Unicorni / Ombelico del mondo / Omphalos (opera n°3), 1991 (9 elementi in bronzo, cm 280×90×50, ø m 9,30).
– Daniel Spoerri, Sentiero murato labirintiforme (opera n°36), 1996-1998 (pietra peperino murato, erba, area m 6×4, altezza muro cm 50).

Per concludere, cosa ha di particolare questo vero e proprio museo a cielo aperto?

Il Giardino è in continua crescita (il 2 aprile scorso è stata inaugurata un’installazione di Yoko Ono, la centoundicesima del parco), proprio come il suo creatore, per il quale si parla di una crescita non solo artistica ma soprattutto individuale, determinata dall’incessante ricerca di un centro, di una stabilità che, nonostante l’età avanzata, il maestro reputa di non aver ancora raggiunto. Ciò che Daniel Spoerri ha creato a Seggiano non è altro che un modo, a dir poco monumentale, per raccontare sé stesso; persino le opere degli artisti qui ospitati rivelano qualcosa su di lui, ognuna di esse è lì a simboleggiare l’importanza che i loro autori hanno avuto nella sua vita professionale o in quella affettiva. Il Giardino di Daniel Spoerri può essere considerato il riflesso dell’intera esistenza del suo creatore ed è proprio questo che lo rende differente dagli altri parchi d’artista, un’opera davvero unica nel suo genere.

se volete approfondire ecco alcuni consigli di lettura e riferimenti bibliografici:

P. Grimal, L’arte dei giardini, Ripostes, Salerno, 1993
P. D’Angelo (a cura di), Estetica della natura: bellezza naturale, paesaggio, arte ambientale, Laterza, Roma, 2003
A. Mazzanti (a cura di), Sentieri nell’arte: il contemporaneo nel paesaggio toscano, Regione Toscana Artout : Maschietto, Firenze, 2004
S. Frommel (a cura di), Bomarzo: il Sacro Bosco. Fortuna critica e documenti, GB Editoria, Roma, 2009

ed ovviamente il link al sito di Daniel Spoerri 

se vuoi vedere la gallery completa, con le foto ad alta risoluzione ti aspettiamo su il profilo Instagram di Confronti d’arte =)

in ultimo ecco il link all’ultimo post su Salvator Rosa

Archivi d’arte contemporanea: un patrimonio nel cuore di Roma.

Intervista a Claudia Palma, direttrice dei Fondi storici e dell’Archivio bioiconografico della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma (LAGN).
(A cura di Miriam Carinci e Sara Taffoni)

Gli archivi d'arte contemporanea de La Galleria Nazionale di Roma (LAGN)

Scrivere di archivi d’arte contemporanea permette di aprire una finestra su un mondo affascinante ma poco noto ai più. Si tratta di luoghi che nell’immaginario comune appaiono pieni di scartoffie impolverate, di difficile consultazione e noiose da fruire. Non che di polvere non ce ne sia ma addentrarsi tra i documenti di un archivio significa ben altro. Avere accesso ad un fondo archivistico permette di entrare in contatto diretto con le fonti, aiuta nella storicizzazione e valorizzazione. L’archivio rappresenta, dunque, uno strumento ineguagliabile e come ricordato dalla pubblicazione, nata a seguito della giornata di studi dedicata agli archivi d’arte contemporanea e curata da Rachele Ferrario all’Accademia di Belle Arti di Brera, il 9 maggio 2013, fare archivi significa fare mondi. In un archivio, sia esso ad esempio d’artista o di galleria, non si consultano semplicemente documenti ma si entra in punta di piedi nella vita professionale, e molto spesso anche privata, di qualcuno. Si ha come l’impressione di essere osservatori silenziosi, impegnati a decifrare ciò che si palesa di fronte allo sguardo, con metodologie specifiche e articolate.
Abbiamo avuto il privilegio di incontrare e rivolgere alcune domande alla Direttrice dei Fondi storici e dell’Archivio bioiconografico della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma (LAGN), Claudia Palma. L’obiettivo è di discutere con un’esperta del settore su alcuni aspetti e problematiche, cercando sempre di offrire stimolanti spunti di riflessione sia per i fruitori che per gli archivisti.

1. Da Direttrice dell’Archivio bioiconografico e dei Fondi storici della LAGN immagino sia d’accordo con l’espressione usata da Rachele Ferrario nel 2013 ”Fare Archivi fare mondi”…. Considerando quanto oggi lo studio della storia dell’arte passi attraverso lo studio degli archivi d’artista …
È vero, oggi è quanto mai attuale e importante per un artista conservare la documentazione del suo lavoro e quindi trasmettere attraverso gli archivi la sua storia, la sua memoria, il suo mondo. Gli artisti d’oggi, a differenza di quelli del passato, hanno la assoluta e totale consapevolezza di quanto ciò sia importante e si occupano, in prima persona, di raccogliere, conservare, catalogare le loro fonti. Gli archivi degli artisti del passato difficilmente presentano un’organizzazione chiara e quando si trova è spesso dovuta all’intervento a posteriori di eredi scrupolosi.

2. Da quanto tempo svolge il lavoro d’archivista? Quali difficoltà ha incontrato e quali soddisfazioni ha avuto?
Ho cominciato a lavorare nel Ministero dei Beni Culturali come bibliotecaria più di 38 anni fa ed è dal 1999 che mi occupo di archivi. Dapprima con un approccio sospettoso e direi quasi preoccupato (per un bibliotecario della Galleria nazionale d’arte moderna infatti l’archivio rappresenta un mondo antico mentre lui si occupa molto più di cose moderne e attuali), poi l’entusiasmo è cresciuto man mano che mi rendevo conto dei contenuti di questi archivi: potersi immergere nelle storie che essi raccontano è bellissimo. È come fare un tuffo ad immersione totale in una favola, si scoprono sensibilità, interessi, attenzioni che difficilmente emergono dalla lettura di un libro.
Il momento più difficile è stato l’approccio alle nuove tecnologie, il passaggio dal cartaceo al digitale ci ha portato a compiere diversi errori, ci ha fatto trovare soli, impreparati, ci ha messo di fronte a scelte che non sempre sono state le migliori. Le soddisfazioni sono tante, posso dire quella che mi viene in mente per ultima: oltre a ciò che ho elencato prima, oltre al piacere della scoperta di testi non pubblicati, oltre alla passione per la narrazione che dalle carte si evince, l’ultima in ordine di tempo che io riscontro è quella della comunicazione, non solo agli studenti, ma a tutti coloro che mi chiedono di capire e conoscere di più il mondo degli archivi. È un piacere enorme rendermi conto che saper raccontare i contenuti degli archivi, saper spiegare i tesori che vi sono nascosti, provoca, anche in chi di archivi non sa niente e quindi ne ha una visione diffidente, un grandissimo sincero entusiasmo.

3. Possedete moltissimi fondi interessanti ed anche inediti, sia perché recentemente acquisiti sia per il materiale inedito o da rileggere e valorizzare…. Avete ad esempio acquisito il fondo di Carla Lonzi ma anche quello dell’Attico, in concomitanza al quale avete organizzato Scorribanda, cosa può dirci in merito?
L’anno 2018 si è presentato sotto i migliori auspici per gli archivi. Dopo anni di crisi anche per il nostro settore, la recente direzione di questa galleria ha dato un impulso preciso di implementazione, sviluppo e valorizzazione degli archivi degli artisti, di critici e di gallerie. In questo senso infatti si leggono alcune delle recenti acquisizioni dei fondi relativi alla grande critica: Carla Lonzi, un archivio complesso, articolato, tutto da sistemare, riscoprire e proporre agli utenti; il maestoso archivio di Fabio Sargentini relativo alla attività della galleria L’attico, un archivio enorme e già ben sistemato, ma che proprio per la sua grande mole di documentazione richiede un tempo non breve per la presentazione al pubblico. Ma altri importanti fondi sono arrivati in questi mesi: abbiamo acquisito il fondo archivistico relativo all’attività dell’associazione Art Club, abbiamo acquisito un fondo del fotografo Enzo Eric Toccaceli riguardante la Beat Generation, in particolare gli scrittori Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti e Allen Ginsberg. Le pratiche riguardanti altri quattro archivi sono in via di definizione. Ma non è soltanto l’aspetto legato all’acquisizione dei fondi che ha avuto un particolare impulso: sempre in questo stesso anno abbiamo finalmente presentato l’OPAC (online pubblic access catalogue)dei nostri archivi, consultabili quindi online da ogni parte del mondo, ed infine sono state proposte una serie di mostre che traggono la loro origine proprio dai nostri fondi storici, come ad esempio quella riguardante la figura di Maria Monaci Gallenga (16/04/2018 – al 03/06/2018), frutto dello studio e della presentazione della documentazione conservata presso gli Archivi delle Arti applicate del XXI secolo, archivio facente appunto parte dei Fondi storici della nostra galleria.

4. Chi si occupa dell’acquisizione dei fondi, come funzionano le trattative?
Naturalmente è il nostro dirigente che si occupa di intrattenere i rapporti con galleristi, artisti, critici e quindi è lei stessa per prima a proporre la nostra istituzione come soggetto adatto per la migliore conservazione, ma soprattutto valorizzazione di questi fondi documentari. Per quel che riguarda invece la parte più strettamente amministrativa sono io stessa che mi occupo del perfezionamento delle pratiche necessarie.

5. In modo estremamente intelligente e all’avanguardia, considerando quanto non se ne parli mai a sufficienza, come galleria vi state muovendo moltissimo non solo per sostenere lo studio degli archivi, attraverso interessanti acquisizioni, ma anche per sostenere l’importanza della curatela dell’archivio d’artista, operazione non di certo scontata ma complessa e articolata, e a cui vi dedicate con estrema professionalità. Ci viene in mente ad esempio il corso dell’Associazione Italiana Archivi d’Artista che avete ospitato nel 2017…cosa può dirci?
Come già dicevo, per la valorizzazione degli archivi non è sufficiente la loro acquisizione ma è necessaria la giusta conservazione, la divulgazione verso il pubblico, sia in forma di schedatura che in forma di convegno o mostra, e non ultimo attraverso corsi di formazione per la figura dell’archivista che la galleria in prima persona ha proposto insieme all’Associazione Italiana Archivi d’Artista. È di dicembre la nostra adesione alla associazione milanese che si batte da tempo per la più estesa condivisione di intenti tra soggetti che hanno gli stessi fini, principi ed obiettivi, nei quali la galleria si è immediatamente riconosciuta e per questo si è proposta come sede romana dell’associazione stessa. Prima fra tutti è la formazione di figure professionali interdisciplinari che sappiano affrontare il complesso lavoro di archiviazione da un punto di vista non solo archivistico, ma anche storico-artistico e giuridico; è la prima volta che si propone una formazione di questo genere e ritengo che sia quanto mai importante perseverare in questo tipo di proposta.

6. Nell’organizzazione di moltissime mostre in galleria, ma non solo, svolgete un lavoro certosino. In qualche modo potremmo dire un lavoro solo apparentemente dietro le quinte, considerando quanto sia fondamentale per l’intera riuscita di una mostra… cosa ne pensa?
Il nostro lavoro di bibliotecari e archivisti è sempre stato funzionale alla preparazione di una mostra. Noi siamo il dietro le quinte necessario, non sempre così appariscente, ma l’attenzione che negli ultimi anni si è focalizzata su di noi e il bisogno dell’artista di spiegare le origini del proprio lavoro ha portato ad una esternalizzazione della nostra funzione. Speriamo ovviamente che l’attenzione non scenda affinché sempre di più si comprenda come la storia e quindi la memoria si possano tramandare soltanto attraverso la giusta lettura delle Fonti.

7. Voi possedete un patrimonio eccezionale e credo sia fondamentale il fatto che possa essere accessibile a tutti, questo non sempre avviene negli archivi privati. Cosa ne pensa?
Da sempre gli archivi sono stati protetti da chi se ne occupa in modo a volte morboso. La tutela e la conservazione di questi tesori preziosi si è spesso confusa con la necessità di non permettere l’accesso ai testi per la paura di vederli rovinati. Si è poi voluto in certi casi conservare una memoria quasi iconica del soggetto produttore dell’archivio, a volte addirittura intervenendo con operazioni di scarto sugli archivi laddove gli eredi non riconoscevano in un documento piuttosto che in un altro il pensiero finale dell’artista stesso. L’archivista pubblico ha il compito di conservare il materiale generato dall’attività lavorativa di un artista, di una galleria, di un ente e di sistemarlo in modo tale da favorire l’accesso a questa documentazione, affinché racconti la storia che se ne trae e favorisca in ogni modo la sua diffusione. Io credo che quando un archivio è nascosto all’attenzione del pubblico ciò succede perché chi se ne occupa non è in grado di conservarlo nel modo più appropriato, per incompetenza professionale, per impossibilità economiche, per mancanza, in definitiva, di strumenti adeguati.

8. Ormai stiamo vivendo un’epoca liquida, tutto è digitale, quale pensa possa essere il futuro degli archivi?
Per molto tempo il problema della dematerializzazione delle Fonti è stato per me un grande cruccio. Molti convegni e molte discussioni si sono avute intorno al problema del depauperamento delle fonti e alla conseguente impossibilità, quindi, di poter scrivere la storia di questi anni. Oggi mi sento più positiva, credo che le nostre fonti stiano cambiando, credo che ciò che fino ad oggi è stato tramandato attraverso le parole, attraverso la carta, attraverso tutta una serie di segni ai quali siamo stati abituati per molto tempo, stiano semplicemente trasformandosi e che quindi le nostre fonti future saranno quelle iconografiche. C’è una bulimia di fonti, se vogliamo, in questo periodo e credo che la scommessa del futuro sarà quella di imparare a riconoscerle, imparare a tutelarle e a conservarle, imparare a trarne le stesse informazioni che fino ad oggi abbiamo tratto da quei documenti che per tanto tempo abbiamo conservato. Non sono preoccupata per il futuro, penso sia un momento di transizione e che sarà importante imparare a cavalcare questo momento piuttosto che lasciarsene sopraffare.

9. In ultimo vorrei chiederle quale consiglio si sente di dare a chi si sta da poco approcciando alla ricerca archivistica. Quali le possibili difficoltà e quali le soddisfazioni?
Le difficoltà sono sicuramente legate al momento storico. Sta cambiando tutto e i cambiamenti non riguardano solo il lavoro dell’archivista poichè tutti i lavori stanno subendo una mutazione profonda. Sarà importante porsi nei confronti del cambiamento in modo positivo, utilizzare le nuove tecnologie per gli scopi divulgativi che tanto bene ci aiutano a fare, utilizzare questi strumenti come mezzi e non come fini del nostro lavoro. Le soddisfazioni più grandi sono quelle di sentirsi sì vestali del sapere, ma non avendo come unico obiettivo quello della conservazione della nostra cultura, della nostra arte, ma facendosi promotori di sapienza, convinti esportatori di una conoscenza sempre più diffusa ma allo stesso tempo approfondita e mai noiosa, ma anzi piacevole e appassionata.

Arrivati al termine di questa illuminante chiacchierata rinnovo, insieme alla collega Miriam Carinci, i nostri ringraziamenti alla Dottoressa Claudia Palma per la disponibilità e la professionalità dimostrateci.

In ultimo non voglio lasciarvi senza prima consigliarvi un testo da leggere:
Rachele Ferrario (a cura di), Fare archivi fare mondi. Gli archivi d’arte contemporanea, Silvana Editoriale, Milano, 2014.

Di seguito il link alla pagina “Archivi” de La Galleria Nazionale.
Se invece non avete ancora letto lo scorso post dedicato alla divulgazione artistica in TV ecco il link.

La Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Latina

La Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Latina: scopriamo il suo patrimonio con Francesco Tetro

Latina, città dell’Agro Pontino, fondata con il nome di Littoria durante il ventennio fascista, è uno scrigno dell’architettura italiana del Novecento. Inaugurata il 18 dicembre 1932, vede la luce a partire dal progetto dell’architetto e urbanista Oriolo Frezzotti (Roma, 1888; Roma 1965), incaricato, solo poco tempo prima, il 5 aprile 1932, di realizzare l’impresa da Benito Mussolini (Dovia di Predappio, 1883; Giulino di Mezzegra, 1945) e Valentino Orsolini Cencelli (Magliano Sabina, 1898; Roma, 1971), presidente dell’Opera Nazionale Combattenti. Lo stesso Frezzotti cura due anni più tardi il piano di ampliamento della città che, infatti, nel 1934 diviene capoluogo di provincia.             

Oggi visitare Latina, testimone muta di un drammatico momento storico, permette di camminare in un museo a cielo aperto e vivere quella particolare atmosfera sospesa di dechirichiana memoria che le forme architettoniche creano giocando con la luce.  Tra le rilevanti costruzioni cittadine si vuole porre l’accento su quello che oggi a Latina è il Palazzo della Cultura, lungo Viale Umberto I, in quanto sede, a partire dal 1996, della Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Latina. Quest’ultima, inaugurata ufficialmente nel 1937, con il nome di Galleria d’Arte Moderna – Città di Littoria, è collocata all’epoca della fondazione negli spazi dell’Istituto Tecnico Commerciale Vittorio Veneto prima e nel piano terra del Palazzo Comunale poi. La Galleria, come emerge dal catalogo pubblicato nel luglio del 1937, vantava una collezione permanente di 397 opere tra pittura, scultura e arti applicate  ̶  donate a Littoria, dal 1932, da diverse istituzioni e da artisti, molte delle quali esposte, tra il 1935 e il 1937, alla II Quadriennale di Roma e alla XX Biennale di Venezia  ̶ , salite a circa 500 nel febbraio del 1939 e probabilmente aumentate negli anni successivi, quando il Comune cominciò ad acquistare opere d’arte.  Gli eventi bellici causano la dispersione delle opere della ricca collezione tra varie Istituzioni pubbliche della città, mentre di moltissime (diverse centinaia) se ne perdono le tracce.

Solo a partire dal 1996, con l’inaugurazione della Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Latina, si espongono le opere perdute che nel corso degli anni precedenti sono recuperate, grazie all’impegno dell’attuale direttore della Galleria, Francesco Tetro, sostenuto in questo dalle istituzioni comunali e dal Nucleo del Comando di Carabinieri Tutela Patrimonio Artistico.


L’odierna collezione permanente   ̶   il cui riallestimento è realizzato da Tetro e inaugurato nel dicembre 2017  ̶  non è la medesima del 1937: alle opere ritrovate, infatti, si aggiungono quelle acquistate dal Comune e quelle donate da artisti ancora viventi o dai loro eredi, nell’ottica di privilegiare la produzione artistica italiana tra le due guerre. U
no spazio della Galleria è, inoltre, destinato a importanti mostre temporanee: tra queste Sibò futurista. Omaggio a 110 anni dalla nascita di Pierluigi Bossi (16 dicembre 2017-16 gennaio 2018), in occasione della quale la figlia dell’artista, Simona Bossi, dona alla Galleria una preziosa tempera su cartone del padre: Primo Bozzetto per la nascita di Littoria (1936-‘37); o anche l’esposizione Altre stanze. Anni ’50 e ’60 (27 gennaio 2018-8 aprile 2018), realizzata grazie alla collaborazione tra l’Amministrazione comunale e la Banca d’Italia, con più di 40 opere tra dipinti, sculture e ceramiche di artisti, come Corrado Cagli, Lucio Fontana, Giorgio De Chirico, Emilio Vedova, Renato Guttuso, Carla Accardi, Ugo Attardi, Franco Angeli, Enrico Baj, Alberto Burri, Tano Festa, Mario Mafai, Mario Schifano e altri maestri.

Potete leggere l’articolo completo con l’intervista al direttore Francesco Tetro sulla Rivista Frammenti

Attraverso le sue parole si vuole contribuire alla conoscenza di questo spazio museale, protagonista indiscusso del patrimonio italiano.