Paul Gauguin in 6 punti. Scoprili su Confronti d’arte

 

Gauguin in 6 punti su Confronti d'arte
Paul Gauguin, Still Life with Teapot and Fruit, oil on canvas, 1896, MET, NY, OA.

Oggi un post per iniziare a conoscere in 6 punti Paul Gauguin, tra gli artisti protagonisti della Parigi di fine Ottocento, legato a quelle tendenze artistiche che, per il loro svincolarsi da una concezione dell’arte tipicamente impressionista (1), sono state definite post-impressioniste, nonostante il loro iniziale e intenso legame con questo orientamento artistico di metà Ottocento.
Ma ora cominciamo!

Indice
1 La nascita di Paul Gauguin: un destino segnato?
2 L’amore per la pittura: una passione in evoluzione
3 Lo stile tra simbolismo ed esotismo
4 L’amicizia con Theo e Vincent van Goh
5 I viaggi in giro per il mondo
6 L’attività come giornalista

 

Gauguin in 6 punti su Confronti d'arte
Paul Gauguin, The Siesta, oil on canvas, 1892-94, MET, NY, OA.

1 La nascita di Paul Gauguin: un destino segnato?
Gauguin nacque il 7 giugno 1848 a Parigi. Il padre, Clovis Gauguin era un giornalista repubblicano, mentre la madre, Aline Chazal, con le sue origini potè in qualche modo contribuire al destino del figlio. Aline, infatti, era figlia dell’esuberante e anticonformista Flora Tristán (la nonna di Gauguin), proveniente da una famiglia nobile spagnola, trasferitasi in Perù (la storia della nonna dell’artista è molto triste: tornò in Francia e sposò l’incisore André Chazal che nel 1844 la uccise). Gauguin non conobbe mai la nonna personalmente, in compenso passò parte della sua infanzia in Perù: i genitori di Gauguin per motivi politici, dal 1849, decisero di trasferircisi e la morte del padre dell’artista, avvenuta a causa di un aneurisma proprio durante il viaggio, convinse la madre a trattenersi in Perù, dove potè almeno godere della vicinanza della famiglia. Gauguin rimase lì fino ai 7 anni e quella vita così diversa da quella francese e parigina dovette influenzare molto le sue scelte future (Gauguin fu sempre alla ricerca di suggestioni esotiche).

Gauguin in 6 punti su Confronti d'arte
Paul Gauguin, Tahitian Women Bathing, Oil on paper, laid down on canvas, 1892, MET, NY, OA.
Gauguin in 6 punti su Confronti d'arte
Paul Gauguin, Three Tahitian Women, oil on wood, 1896, MET, NY, OA.

2 L’amore per la pittura: una passione in evoluzione
Gauguin iniziò a sviluppare la sua passione per l’arte a casa di Gustavo Arosa, un collezionista d’arte a cui l’artista fu affidato quando, nel 1867, diciannovenne, perse le madre. Da quel momento il suo amore per l’arte andò evolvendosi costantemente; Gauguin frequentò l’Accademia Colarossi di Parigi insieme al caro amico alsaziano Emile Schuffenecker, che spesso lo aiutò durante vari momenti di difficoltà economica, e tramite lo stesso Arosa conobbe Camille Pisarro. A partire da questo incontro Gauguin conobbe artisti come Monet, Manet e Degas, iniziando così il proficuo sodalizio con la cerchia degli impressionisti da cui si lascò ispirare  ̶  in particolare modo da Pisarro e Degas  ̶  per poi sviluppare un linguaggio del tutto personale. Le esposizioni ufficiali degli impressionisti furono in tutto otto, a partire dalla prima nel 1874 presso lo studio del fotografo Felix Nadar, fino all’ultima nel 1886. Per comprendere l’iniziale legame di Gauguin con questi artisti basti pensare che, a partire dalla quarta esposizione, nel 1879, Gauguin continuò ad esporre con loro fino all’ultima edizione. La crescente vocazione artistica spinse Gauguin a dedicarsi esclusivamente all’arte dal 1883 quando tra l’altro, a causa di una crisi economica francese, perse il lavoro (vedi punto 5). Da quel momento iniziarono per l’artista anche i diversi problemi economici che non lo abbandonarono mai più.

Gauguin in 6 punti su Confronti d'arte
Paul Gauguin, Two Tahitian Women, oil on canvas, 1899, MET, NY, OA.
gauguin in 6 punti su confronti d'arte
Paul Gauguin, Two Women, oil on canvas, 1901/1902, MET, NY, OA.

3 Lo stile tra simbolismo ed esotismo
Gauguin iniziò a dipingere amatorialmente e ben presto si avvicinò al gruppo degli impressionisti, da cui, almeno agli inizi, fu molto influenzato. Gauguin, però, con il tempo abbandonò sempre di più il realismo della rappresentazione a favore di una resa simbolica, stendendo sulle tele, attraverso ampie pennellate piatte, i colori primari, giallo-rosso-blu (gli impressionisti usavano i colori complementari e per rendere l’istantaneità della percezione visiva e la raffigurazione il più realistica possibile stendevano i colori picchiettandoli sul supporto). Il suo obiettivo era quello di raffigurare ciò che vedeva a seconda della sua percezione emozionale, andando oltre il realismo della rappresentazione. Gli influssi predominanti nella pittura sintetica di Gauguin sono quelli provenienti dal Giappone  ̶  all’epoca si diffuse molto la passione per le stampe grafiche giapponesi di artisti legati all’Ukiyo-e come Utagawa Hiroshige e Utagawa Kuniyoshi  ̶  e quelli di matrice gotica per l’utilizzo da parte dell’artista di una tecnica, poi definita dal critico Edouard Dujardin cloisonnisme, simile a quella medievale del cloisonné, usata soprattutto nell’oreficeria e per le vetrate gotiche: dei fili metallici saldati su una base di supporto, modellati entrambi in modo da ottenere il disegno desiderato, erano riempiti da smalti colorati. Gauguin infatti era solito delineare i contorni delle figure con delle linee nere per poi riempirle con il colore puro. Osservando le sue opere si riesce benissimo a percepire l’esotismo e ad accorgersi del simbolismo che le permea, considerando anche quanto l’artista sia rimasto affascinato dalla cultura e dalle credenze dei popoli con i quali visse così tanto a contatto.

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Paul Gauguin, Tahitian Landscape, oil on canvas, 1892, MET, NY, OA.
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Utagawa Kunisada, Rain of the Fifth Month (Samidare), Polychrome woodblock print; ink and color on paper, Edo period (1615–1868), MET. NY, OA.

4 L’amicizia con Theo e Vincent van Gogh
Gauguin strinse un legame d’amicizia con Vincent e Theo van Gogh (Theo era il fratello di Vincent). Tutto iniziò a Parigi nel 1887 quando i due artisti si scambiarono delle opere, raggiungendo un drammatico apice quando, tra il 23 ottobre e il 24 dicembre del 1888, Gauguin fu ospite di Van Gogh ad Arles, nella famosa casa gialla, dove l’artista si era trasferito alla ricerca di maggiore tranquillità. Van Gogh convinse Gauguin a raggiungerlo lì viste anche le difficoltà economiche di entrambi: condividere vitto e alloggio e lavorare insieme sarebbe potuto essere più facile. Il rapporto tra i due artisti, però, si rivelò complesso e Van Gogh in preda ad una crisi violenta compì un atto autolesionistico tagliandosi il lobo di un orecchio dopo aver tentato di aggredire l’amico; da quel momento Gauguin lasciò Arles.

5 I viaggi in giro per il mondo
Come dicevo inizialmente Gauguin è noto per le sue opere dal fascino esotico. Quando ancora era un giovanissimo ragazzo di 17 anni inziò i suoi viaggi in mare, prima su un’imbarcazione mercantile e poi come arruolato in marina. Decisioni, queste, che lo portarono prima verso il Sud America e poi a compiere il giro del mondo. Nonostante appena tornato in Francia sia stato indirizzato, grazie all’appoggio e all’impegno di Arosa, ad una vita borghese, ottenendo un impiego come agente di cambio e sposandosi, nel 1873, con la danese Mette God, da cui ebbe 5 figli, non riuscì mai ad acquietare il suo desiderio di libertà e di ricerca di nuovi posti da cui lasciarsi ispirare, lontano dal conformismo borghese occidentale. Risalgono al 1887 il viaggio di Gauguin con l’amico pittore Charles Laval (del gruppo di artisti di Pont-Aven) verso l’isola Taboga (Panama) e il successivo spostamento presso l’Isola di Martinica, un luogo che affascinò e catturò i due artisti più che mai. Nello stesso anno i due uomini costretti dal clima  ̶  le piogge si facevano sempre più consistenti  ̶  e da malattie e disturbi come la malaria e la dissenteria, tornarono a Parigi. Gauguin, però, non era intenzionato a rinunciare al suo “sogno selvaggio” tanto che nel 1891 si imbarcò da Marsiglia per Tahiti (Polinesia), muovendosi tra Papeete, Pacca e Mataїca, riuscendo anche ad ottenere una sovvenzione dal Ministero della Pubblica Istruzione e delle Belle Arti Francesi per la sua spedizione di alto valore culturale. Questa volta, nel 1893, furono le condizioni economiche a spingerlo a rientrare a Parigi; ma già nel 1896 si imbarcò nuovamente per tornare a Tahiti, per poi nel 1901 raggiungere le Isole Marchesi, dove si spense ammalato di sifilide l’8 maggio 1903, all’età di 55 anni.

gauguin in 6 punti su confronti d'arte
Paul Gauguin, La Orana Maria (Hail Mary), oil on canvas, 1891

6 L’attività come giornalista
Tra fine Ottocento e inizio Novecento Gauguin si dedicò all’attività di giornalista, ereditando alcune delle capacità del defunto padre, scagliandosi contro i colonizzatori occidentali e i missionari cattolici in Polinesia. Scrisse vari saggi e articoli pubblicandoli sia sul giornale di Papeete “Les Guêpes” e poi sul periodico “Le Sourire” da lui fondato. Nel 1903, ormai nelle Isole Marchesi, questa attività gli causò la condanna a tre mesi di galera e a una multa di 500 franchi.

Vi lascio qui l’utile fonte a cui ho fatto riferimento per scrivere il post, ve ne consiglio la lettura se volete approfondire e conoscere meglio questo fantastico artista e le sue opere, c’è ancora tanto da scoprire!

Fiorella Nicosia, Paul Gauguin, Giunti Editore, La Biblioteca dell’Arte. Vita d’artista N. 14, Firenze-Milano, 2005.

(1) l’Impressionismo nacque a Parigi intorno al 1860, a partire da artisti che rifiutarono la pittura accademica, volendo, invece, ritrarre ciò che li circondava, dipingendo  ̶  fatte poche eccezioni, come nel caso di Edgar Degas che dipingeva in studio  ̶  en plen air, ovvero all’aria aperta, dal vivo; volevano riprodurre l’istantaneità della percezione visiva.

Se non avete ancora letto l’ultimo post sull’installazione dell’artista contemporaneo James Luna e sulla storia dell’Indiano d’America Ishi, ecco il link.

Rebecca Horn, Spirits, un memento mori contemporaneo?

 

Rebecca Horn e l'installazione Spirits del Museo MADRE di Napoli
Unknown, Study of Three Skulls (recto); Architectural Study (verso), German, about 1530, Pen and black ink, brush with gray wash, heightened with white gouache, on green prepared paper (recto); pen and black ink (verso), 14.9 x 23.2 cm (5 7/8 x 9 1/8 in.), 89.GA.24. (digital image–> Getty’s open content program)

L’installazione Spirits di Rebecca Horn al museo d’Arte Contemporanea Donnaregina di Napoli (MADRE) è un memento mori (1) contemporaneo o, nonostante l’aspetto apparentemente macabro,  un messaggio di speranza e rigenerazione? Leggi il post e scopriamolo insieme!
Sperimentare linguaggi e media diversi non ha impedito all’artista tedesca Rebecca Horn di trasmettere «la poeticità delle cose e del corpo come campo di forze naturali» (Cicelyn- Avallone, 2003, p.n.n).
L’installazione permanente Spirits (vi lascio il link al sito del MADRE per vedere le foto dell’installazione di Amedeo Benestante), realizzata nel 2005 in una sala a lei dedicata del MADRE di Napoli, ne è una evidente prova; essa consiste in una riproposizione ridotta dell’installazione ambientale Mother-of-Pearl Spirits realizzata dall’artista in Piazza del Plebiscito nel Natale 2002, secondo la tradizione inaugurata nel 1995 da Mimmo Paladino con La Montagna di Sale (Cicelyn, 2010).

Entrambe le opere della Horn sono ispirate al culto delle capuzzelle, crani ignoti del cimitero napoletano delle Fontanelle dette anche anime pezzentelle. Secondo la credenza popolare infatti, le capuzzelle erano identificabili con le anime del Purgatorio, spoglie senza nome in cerca di pace; solo le cure dei fedeli tornavano a dare loro speranza, tutte avevano bisogno di refrisco ovvero di refrigerio per alleviare le loro sofferenze in Purgatorio. Per questo motivo, ogni fedele sceglieva un cranio di cui prendersi cura in cambio di una grazia o più semplicemente dei numeri da giocare al lotto. I defunti e i vivi potevano anche comunicare attraverso i sogni: spesso era la capuzzella che in sogno appariva al fedele per dar lui indicazioni su come riconoscerla in quella selva di ossa (Niola, 2003, pp. 14-16). Questi teschi sono, come ha sottolineato Marino Niola, antropologo con cui l’artista collabora dal 2002, dei «documenti- monumenti» (Ivi, p. 17) dello spirito comunitario Napoletano.
Per capire interamente l’essenza del lavoro che la Horn ha realizzato per il Madre di Napoli è necessario conoscere l’installazione ambientale del 2002, costituita di 333 teschi fusi in ghisa dal calco di una vera capuzzella, incastonati nella pavimentazione della piazza e sormontati da 77 aureole di color madreperlaceo a 14 metri d’altezza, ottenute grazie all’ausilio di neon. I visitatori, accompagnati dalle note di Hayden Danyl Chisholm, potevano camminare tra i teschi, disposti a spirale, compiendo una vera e propria danza rituale e divenendo l’elemento di coesione tra il basso e l’alto; l’energia dal basso, spazio delle capuzzelle, li attraversava per poi ascendere verso le aureole e al di là di esse, in un luogo oltre i confini spazio tempo (Cicelyn, op. cit, p.n.n); non è un caso che sia stata la stessa Horn a definire i visitatori come «termometri di energia vivente» (ibidem).
La scelta di disporre i crani a spirale appare eloquente per comprendere il senso profondo che permea l’opera: «Questo segno evoca la durata dell’essere nel flusso dei mutamenti, il continuo ricorrere; da sempre le danze in circolo ed a spirale erano legate al movimento ciclico della luna» (ibidem); la Horn ha dunque reificato una metafora di rinascita a cui contribuisce la musica, il «sublimante oratorio» (ibidem) composto da Hayden Danyl Chisholm. Non si può dunque considerare l’installazione della Horn un memento mori contemporaneo, nonostante le immediate critiche che ha ricevuto (Franco, 2010), infatti: «la morte viene mutata in un’energia, non è più punto di arrivo ma di partenza […] questa energia può dare alla morte un nuovo significato, può superare i confini di spazio e tempo, aprire alla vita altre dimensioni» (Cicelyn, op. cit, p.n.n). 
Nella sala del MADRE attaccate alle pareti, tramite assi di metallo, ricompaiono le capuzzelle, ciascuna dotata di uno specchio e solo alcune di una luce; mentre nello spazio continua a diffondersi la voce di Hayden Danyl Chisholm, i neon sono stati eliminati. Anche in questo caso lo scopo è quello di far sentire il visitatore parte di un tutto, elemento di coesione tra il reale e il trascendente nonostante qui lo spazio si sia orizzontalizzato. Gli specchi che collaborano a tale obiettivo non devono essere concepiti solo come mezzi per specchiarsi, per permettere al visitatore di prendere coscienza del proprio destino ma anche e soprattutto come strumenti capaci di ricreare giochi di luce avvolgente e metaforica sulle pareti e al contempo di consentire al visitatore di condividere lo stesso campo energetico degli spiriti, che manifestano la loro presenza in quegli stessi riflessi. Anche qui si ottiene una sublimazione simbolica dell’individuo ormai defunto, il visitatore si trova di fronte alla prova che la morte pone fine solo alla materialità del corpo ma permette all’anima un accesso a nuove forme di esistenza. Idea dell’artista era infatti quella di: «suscitare negli spettatori la sensazione di assistere ad un fenomeno di continuità, di procurare l’idea di una vita che neanche la morte conclude dal momento che la rende partecipe dell’eternità» (Museo Madre, 2005).
Effetti luminosi di tal genere ricordano quelli ottenuti in Heart Shadow lavoro che l’artista tedesca ha realizzato nel 2002 a New York a seguito dell’attentato alle Torri Gemelle. Uno specchio ricoperto d’acqua con al di sotto una luce che collaborava a ricreare poetici riflessi sulla parete di fronte; qui sembrava «crearsi un respiro dell’universo o il rinnovamento ciclico di un’unità cosmica » (Cicelyn, op. cit, p.n.n).
Nella sala del Madre gli specchi, essendo inoltre rotanti, permettono una modulazione degli effetti attraverso l’indirizzamento dei riflessi ed amplificano lo spazio nel tentativo di renderlo infinito. La Horn non vuole solo suscitare sensazioni visive ma anche acustiche e cinetiche, vuole coinvolgere interamente i visitatori (Vettese-Camartin-Drathen, 2009, p. 119). Spesso l’artista, come in questa opera, ha organizzato lo spazio tra opposte polarità (alto-basso, terra-cielo, vita-morte) lasciando tra di esse uno spazio vuoto. In tali spazi vuoti sono sempre presenti elementi di coesione, essi divengono protagonisti essenziali, permettono il moto di flussi magnetici nello spazio. In Spirits il protagonista essenziale è il visitatore e la sua meditazione esistenziale.

(1) Per memento mori  (“Ricordati che devi morire”) si intende un tema sviluppatosi e affermatosi soprattutto nella pittura della Controriforma (post 1563): con la presenza del teschio nelle più svariate composizioni era un ammonimento etico e morale, a ricordare all’uomo la sua finitezza terrena.

E ora le fonti a cui ho fatto riferimento se volete approfondire

Cicelyn- Avallone, 2003, Spiriti di madreperla. Rebecca Horn, Napoli, Id Art.
E. Cicelyn, 2010, Piazza d’arte. Napoli 1995-2009. Quindici anni di installazioni in Piazza del Plebiscito, Napoli, Arte’ m.
M. Niola, 2003, Il Purgatorio a Napoli, Roma, Meltemi.
Vettese-Camartin-Drathen, 2009, Fata Morgana, Milano, Charta
Mario Franco, 21.03.2010, Piazza del Plebiscito Piazza d’ Arte.
Museo Madre, 2005, Spirits by Rebecca Horn.

Per finire, se non lo avete ancora letto, ecco il link all’ultimo post dedicato al Giardino d’artista di Daniel Spoerri e Seggiano

 

Salvator Rosa: artista intellettuale e dissidente

Chi era davvero Salvator Rosa?
Se non lo conoscete potete leggere questi 7 punti e scoprire qualcosa in più sulla sua figura e il suo stile

Salvator Rosa (Napoli, 1615 – Roma, 1673) è sicuramente da annoverare tra i maestri del Barocco italiano: un artista a tutto tondo, non fu solamente pittore ma anche poeta, incisore, attore, compositore e musicista, interessandosi non solo all’arte ma anche alla scienza, alla magia, all’alchimia e alla filosofia.

Salvator Rosa su Confronti d'arte in punti per scoprire vita e stile dell'artista

Salvator Rosa, Autoritratto, ca. 1647, oil on canvas, MET, NY (CC0)

INDICE
1 Salvator Rosa: nascita e personalità
2 Salvator Rosa e l’arte: quando si incontrano?
3 Salvator Rosa, Jusepe de Ribera (Xàtiva, 1591 – Napoli, 1652), Aniello Falcone (Napoli, 1600 o 1607 – Napoli, 1665), i Bamboccianti e il classicismo di Nicolas Poussin (Les Andelys, 1594 – Roma, 1665)
4 Salvator Rosa a Firenze
5 Salvator Rosa e l’Accademia dei Percossi
6 Salvator Rosa e l’amore per Lucrezia
7 Salvator Rosa, il ritorno a Roma e la morte

Salvator Rosa è un pittore di origine napoletana, nasce infatti nel 1615 nel quartiere napoletano Arenella, dall’agrimensore Vitantonio de Rosa e da Giulia Greco, proveniente da una famiglia in cui l’arte fa da protagonista: il padre e il fratello sono pittori.
Salvator Rosa dimostra sin da subito di essere un artista poliedrico, fiero e dissidente per riprendere l’espressione usata dallo storico dell’arte Luigi Salerno nel famoso saggio Il dissenso nella pittura. Intorno a Filippo Napoletano, Caroselli, Salvator Rosa e altri, pubblicato su “Storia dell’arte” nel 1970. Salvator Rosa, infatti, deve essere annoverato tra quella cerchia di artisti che con la loro arte, nella Roma di Urbano VIII (1623-44) e in quella di Innocenzo X (1644-55), si tengono ben lontani dall’arte barocca ufficiale, divenendo dei veri e propri pittori filosofi che con le loro opere offrono eccellenti esempi e riflessioni morali ed esistenziali (a Roma l’artista polemizzò anche con Gian Lorenzo Bernini (Napoli, 1598 – Roma, 1680), pupillo di Urbano VIII).

Salvator Rosa inizia a studiare alle scuole pie fondate da Giuseppe Calasanzio (permettevano ai giovani fanciulli, in particolare ai più poveri, di ricevere un istruzione). L’interesse più grande di Salvator Rosa, però, è la pittura a cui si avvicina ben presto grazie allo zio, Domenico Antonio Greco, e al cognato, marito della sorella minore, Francesco Fracanzano (Monopoli, 1612 – Napoli, 1656).

Nei primi anni 30 del Seicento Salvator Rosa entra nella bottega del Ribera (anche lo zio Fracanzano è un seguace dello stesso artista), che in quel periodo domina la scena artistica del napoletano, e successivamente in quella di Aniello Falcone, da cui è influenzato soprattutto nella realizzazione di scene di battaglia, che insieme ai paesaggi, costituiscono i generi in cui l’artista si diletta di più sin da subito. Lo stile iniziale dell’artista è influenzato da 3 fattori predominanti:

– dal naturalismo dell’arte napoletana di primo Seicento, per la quale aveva avuto un ruolo chiave Caravaggio (Milano, 1571 – Porto Ercole, 1610) che a Napoli, tra 1606 e 1607, aveva imposto la sua arte con la pala Le sette opere di Misericordia. Non è un caso che proprio Ribera, detto lo Spagnoletto, abbia ereditato il naturalismo drammatico e luministico del Caravaggio.

– Dalla pittura dei Bamboccianti, attivi a Roma, che Salvator Rosa può apprezzare quando, nel 1635, si reca per la prima volta nell’Urbe, protetto dal cardinal Francesco Maria Brancaccio (Canneto, 1592 – Roma, 1675) , vescovo di Viterbo (per lui realizza la pala con l’Incredulità di san Tommaso per la chiesa viterbese dell’Orazione e Morte). Il nome dato a questo gruppo di artisti deriva da quello che si può definire il capostipite, Pieter van Laer (Haarlem, 1599 circa – Haarlem, 1642), detto appunto il bamboccio per il suo aspetto deforme: un artista olandese che contribuì a corroborare l’arte avviata da Caravaggio, realizzando principalmente nature morte e scene di genere.

– Il classicismo di artisti ̶ protagonisti della scena romana ̶ come Nicolas Poussin e Pietro Testa (Lucca, 1612 – Roma, 1650), anche loro annoverati da Salerno tra i pittori del dissenso.

4 Nel 1641 Salvator Rosa viene invitato a Firenze dal cardinale Giovan Carlo de’ Medici (Firenze, 1611 – Villa di Castello, 1663). A questo periodo si ascrive un cambiamento nella sua arte, la natura diviene selvaggia, ricca di rovine e romantica, i toni diventano più scuri e le scene rappresentate visionarie, a volte orrifiche per la presenza di teschi, demoni, carcasse e dettagli macabri ma anche foriere di significati filosofici (si veda in particolare la filosofia stoica). Salvator Rosa continua a realizzare paesaggi e battaglie ma anche scene mitologiche e bibliche e diversi ritratti allegorici. Proprio a Firenze inizia il filone dei Capricci stregoneschi su commissione di alcune famiglie fiorentine, sensibili ai temi dell’occulto e del mistero (si veda ad esempio Sabba di streghe, post 1649), in cui Salvator Rosa dimostra una certa attenzione anche per composizioni fiamminghe e tedesche.

Salvator Rosa su Confronti d'arte in punti per scoprire vita e stile dell'artista

Salvator Rosa, Banditi su una costa rocciosa, 1655-’60, oil on canvas, MET, NY (CC0)

Salvator Rosa nel 1642, a Firenze, fonda nella sua abitazione, con l’amico filosofo, Giovan Battista Ricciardi (Pisa, 1623 – Pisa, 1686), e con il pittore Lorenzo Lippi (Firenze, 1606 – Firenze, 1665), l’Accademia dei Percossi: una sorta di associazione artistica in cui si organizzano spettacoli, recite poetiche e banchetti.

Intorno al 1640 Salvator Rosa conosce la donna che gli resta accanto fino alla morte: Lucrezia. I due si sposano solo 11 giorni prima della morte dell’artista, il 4 marzo 1673, tanto che Lucrezia rischia l’accusa di concubinaggio, avendo avuto dall’artista due figli: Rosalvo, nato nel 1641 e morto di peste ancora molto piccolo e Augusto, nato nel 1655.

Salvator Rosa su Confronti d'arte in punti per scoprire vita e stile dell'artista

Salvator Rosa su Confronti d'arte in punti per scoprire vita e stile dell'artista

– Salvator Rosa, Allegoria della Fortuna, ca. 1658 – 1659, Oil on canvas (digital image–> Getty’s open content program)
– Salvator Rosa, Il sogno di Enea, 1660-’65, oil on canvas,  MET, NY (CC0)

Nel 1650 Salvator Rosa è di ritorno a Roma e viene ammesso all’Accademia romana di San Luca. Da questo momento si dedica principalmente alla rappresentazione di scene religiose e classiche, senza mai tradire quello stile particolare che ormai è giunto a maturazione e che sarà molto apprezzato dai romantici dell’Ottocento (tanto che per la tendenza al pittoresco la sua arte è stata definita Protoromantica).
L’artista muore il 15 marzo 1673, a soli 57 anni e il figlio Augusto gli fa realizzare dallo scultore Bernardino Fioriti un busto marmoreo intento nella scrittura, poi collocato nel vestibolo circolare della Basilica romana di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, in piazza della Repubblica, dove l’artista è sepolto (sulla tomba si legge un’iscrizione latina che tradotta: “Dedicato a Salvator Rosa napoletano secondo a nessun pittore del suo tempo e ai poeti di ogni tempo, pari ai principi”).

Se volete approfondire potete utilizzare l’Art Dossier a cura di Marco Chiarini e ovviamente il citato saggio di Salerno del 1970, entrambi fonti a cui ho fatto riferimento per la redazione del post.

Come sempre se non avete letto lo scorso post, con l’intervista a Claudia Palma, direttrice dei Fondi storici e dell’Archivio bioiconografico de La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, ecco il link.

Programmi d’arte: la divulgazione in TV

Vuoi scoprire i programmi d'arte che ho selezionato per questo post? Leggi e ne scoprirarai 5Vuoi scoprire i programmi d’arte che ho selezionato per questo post? Leggi e ne scoprirarai 5

La televisione può essere un ottimo strumento per favorire la divulgazione da parte di esperti del settore. Già immagino che ci siano alcune persone contrarie, convinte che così non si faccia altro che banalizzare, ma sono fermamente convinta, invece, che in tal modo si sensibilizzi il largo pubblico a nuove tematiche.
Siamo abituati a vedere bellissimi programmi dedicati alla divulgazione storica ma come siamo messi con l’arte? Quali sono stati i più famosi programmi d’arte della televisione italiana? Ne ho selezionati 5 per l’occasione, scopriamoli insieme

INDICE DEI PROGRAMMI D’ARTE
1 A che gioco giochiamo (1969), condotto da Corrado con la collaborazione dell’attrice Valeria Fabrizi
2 Arte Città (1979-80), condotto da Flavio Caroli,
3 Mixer (1980-1998) con Federico Zeri
4 Passpartout (2001- 2011), condotto da Philippe Daverio
5 Fuori Quadro (2014-2015), condotto da Achille Bonito Oliva

E ora cominciamo a scoprire questi programmi d’arte:

1 A che gioco giochiamo è stato trasmesso nel 1969 sul Programma Nazionale (Rai 1 oggi), ideato dalla società Corima, Guido Castaldo e Franco Torti. Il conduttore, il Corrado Nazionale, lo conduceva dal Teatro delle Vittorie di Roma con la collaborazione dell’attrice Valeria Fabrizi. A che gioco giochiamo rientra tra i programmi d’arte che favoriscono la divulgazione storico-artistica tramite il gioco: quattro giocatori divisi in due squadre impegnate a terminare per prime una sorta di puzzle con l’immagine di un’opera famosa. La squadra più veloce poteva vincere un montepremi a patto che ne indovinasse l’autore…….insomma A che gioco giochiamo è sicuramente da annoverare tra i programmi d’arte che insegnano divertendo.

2 Artecittà-Gioco come cultura è stato trasmesso tra il 1979 e il 1980, ideato da Maurizio Corgnati e condotto dal noto storico dell’arte Flavio Caroli. Si tratta di un altro tra i programmi d’arte che a suo modo poneva al centro il gioco. Questa volta i protagonisti assoluti del quiz show erano il patrimonio del paese e in particolare la storia di alcune città, opere d’arte e artisti. I tre concorrenti dovevano rispondere a delle domande relative agli argomenti selezionati e ascoltare la successiva e articolata spiegazione di Caroli. Artecittà non è mai stato un vero e proprio game show quanto più un talk show che ha usato come pretesto per l’insegnamento il gioco. Il vincitore della puntata aveva diritto a tornare nella puntata successiva e vinceva un’opera grafica o un multiplo di artisti allora emergenti invitati in studio per l’occasione. Tra questi i grandi Ugo Nespolo, Gianfranco Notargiacomo, Marcello Jori e tanti altri: un modo anche per parlare di contemporaneo.

3 Mixer il programma televisivo ideato da Aldo Bruno, Giovanni Minoli, Giorgio Montefoschi e condotto tra anni Ottanta e Novanta da Giovanni Minoli su Rai 2 e Rai 3. Da rotocalco televisivo ha visto la partecipazione dal 1980 al 1998 del critico d’arte Federico Zeri. In vero anche se Mixer non può essere considerato tra i programmi d’arte veri e propri credo sia fondamentale citarlo e ricordarlo, per la presenza di un importante critico italiano alle prese con la sensibilizzazione artistica.

4 Passpartout, ideato da Philippe Daverio e Mauro Raponi e condotto dal 2001 al 2011 dallo stesso Daverio su Rai 3 e Rai 5. Ogni puntata dedicata ad uno specifico tema vedeva l’affascinante conduttore prodigarsi in spiegazioni accattivanti e mai scontate. Senza dubbio tra i programmi d’arte e cultura che ho amato di più.

5 Fuori Quadro, ideato e condotto da Achille Bonito Oliva tra 2014 e 2015 su Rai 3. Tra i pochissimi ̶̶ se non l’unico ̶ programmi d’arte televisivi a dedicarsi all’arte contemporanea a 360 gradi. Ogni puntata era dedicata ad approfondimenti specifici con interviste ad artisti e curatori, per consentire allo spettatore di avvicinarsi e conoscere il mondo dell’arte contemporaneo. Ho apprezzato tantissimo l’idea di Bonito Oliva, in quanto credo che l’arte contemporanea e i suoi meccanismi siano di difficile comprensione, sempre guardati con sospetto dai più.

Tu conosci altri programmi d’arte? Cosa ne pensi della divulgazione televisa?

Come di consueto vi lascio un indicazione bibliografica a cui fare riferimento qualora vogliate approfondire e scoprire qualcosa in più sui programmi d’arte e sulla divulgazione artistica in TV!

Aldo Grasso, Vincenzo Trione (a cura di), Arte in TV. Forme di divulgazione, Johan & Levi Editore, Monza, 2014

PS: NON HO CITATO PIETRE MILIARI COME PIERO E ALBERTO ANGELA MA È OVVIO CHE RIENTRANO DI DIRITTO NELLA LISTA =)

PPS: se non avete ancora letto, lo scorso articolo della rubrica Le storie dell’arte, vi lascio il link...potrete leggere una bellissima intervista a Francesco Tetro, direttore della Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Latina.

Amedeo Modigliani: un artista, un uomo.

Vuoi iniziare a conoscere Amedeo Modigliani?
Leggi i 9 punti per scoprire alcune curiosità sulla vita dell’artista 

Amedeo Modigliani e il nudo sdraiato

Amedeo Modigliani, Reclining Nude, 1917, olio su tela (CC0, The Metropolitan Museum of Art, New York, The Mr. and Mrs. Klaus G. Perls Collection, 1997). 

I più conoscono Amedeo Modigliani come l’autore degli enigmatici ritratti dal collo lungo. Altri sanno che era un artista livornese, trapiantato a Parigi, dal fascino tenebroso, dedito agli eccessi e dal carattere irrequieto. Qualcun altro ancora ricorderà lo scandalo delle teste ritrovate nei fossi di Livorno: la leggenda vuole che l’artista vi abbia gettato delle sue sculture, così, nel 1984, in occasione dei festeggiamenti per il centenario della nascita dell’artista, si iniziò a cercarle. Di teste ne vennero trovate ben tre…la critica, fatte alcune eccezioni, era in visibilio…peccato fossero tre falsi: due di uno scultore locale, Angelo Froglia, e una di un gruppo di tre giovani studenti livornesi, Michele Ghelarducci, Pietro Luridiana e Pierfrancesco Ferrucci. Uno scherzetto  ̶  o operazione concettuale, dipende dai punti di vista  ̶  che creò non poco scompiglio.
Ma chi era davvero Amedeo Modigliani? Lungi da me voler ripercorrere la lunga vicenda dell’artista, nonostante la breve vita. Voglio, però, offrire degli spunti, sperando di stimolare la curiosità e invogliarvi a scoprire qualcosa in più.

Amedeo Modigliani e la testa di donna

Amedeo Modigliani, Woman’s Head, 1912, pietra calcarea (CC0, The Metropolitan Museum of Art, New York, The Mr. and Mrs. Klaus G. Perls Collection, 1997).

Indice
1 Nascita e morte di Amedeo Modigliani
2 Accenni sulla storia familiare di Amedeo Modigliani
Il fondamentale rapporto di Amedeo Modigliani con il nonno materno e con la madre
4 L’arte entra definitivamente nella vita di Amedeo Modigliani
5 Amedeo Modigliani arriva a Parigi
6 Le frequentazioni di Amedeo Modigliani a Parigi tra arte ed eccessi
7 Gli amori di Amedeo Modigliani e il rapporto con Jeanne Hébuterne
8 La tragica fine di Amedeo Modigliani e Jeanne Hébuterne
9 I mercanti d’arte e la fortuna postuma di Amedeo Modigliani

1 Nascita e morte di Amedeo Modigliani

• Amedeo Modigliani nacque a Livorno, in via Roma 38, il 12 luglio 1884, dai coniugi Eugenia Garsin e Flaminio Modigliani e morì a Parigi il 24 gennaio 1920, a soli 35 anni, a causa di una meningite tubercolare.

2 Accenni sulla storia familiare di Amedeo Modigliani

• Amedeo Modigliani era l’ultimo di quattro figli. Aveva due fratelli e una sorella: Emanuele, deputato socialista, Umberto, ingegnere, e Margherita che riconobbe e crebbe Giovanna Modigliani, (s)fortunata figlia dell’artista.
• Le famiglie di entrambi i genitori erano di origini ebree. Questa eredità Amedeo Modigliani la portò a suo modo sempre con sé.
• La famiglia di Amedeo Modigliani era medio borghese, entrambi i genitori venivano da famiglie di commercianti, con la sola differenza che la famiglia di Eugenia Garsin era molto più liberale di quella di Flaminio Modigliani. Quando Amedeo nacque, però, la situazione economica familiare era pessima. Flaminio non era un buon padre, da sempre assente in famiglia, aveva ormai fallito anche professionalmente. La situazione era talmente grave che il giorno della nascita di Amedeo, Eugenia dovette fare i conti con il rischio del pignoramento dei beni. Fu proprio Eugenia, donna intelligente e intraprendente, a risollevare con le sue sole forze la famiglia: nel 1887 aprì a Livorno, nella nuova abitazione in via delle Ville una scuola, scuola Garsin.

3 Il fondamentale rapporto di Amedeo Modigliani con il nonno materno e con la madre

• Il piccolo Amedeo Modigliani aveva uno splendido rapporto con il vecchio Isacco Garsin, il nonno materno che viveva con loro, insieme anche alle due figlie e sorelle di Eugenia Garsin (la mamma di Amedeo mandava avanti una famiglia di ben 10 persone tra figli, marito, sorelle e padre). Isacco era un uomo colto, conosceva varie lingue e la sua saggezza doveva aver rapito Amedeo, nonostante fosse ancora molto piccolo. Il nonno morì quando Amedeo Modigliani aveva appena 10 anni.
• Negli anni il rapporto di Amedeo Modigliani con la madre andò rafforzandosi ogni anno di più. È proprio Eugenia a rimanere accanto al figlio, quando, nel 1898, comparvero le prime avvisaglie della cagionevole salute di Amedeo: a 14 anni si ammalò di tifo, dopo una pleurite avuta tre anni prima.

4 L’arte entra definitivamente nella vita di Amedeo Modigliani

• Al tragico 1898 si ascrive il desiderio di Amedeo Modigliani di dedicarsi all’arte: la madre lo comprese e lo assecondò, tanto che, nel 1899, Amedeo lasciò gli studi classici e iniziò a dedicarsi a tempo pieno alla sua passione. Probabilmente in tale scelta ebbe un ruolo chiave Rodolfo Mondolfi, insegnante di Amedeo al liceo classico Niccolini-Guerrazzi, e caro amico di Eugenia.
• Negli anni della malattia e convalescenza Amedeo Modigliani potè anche conoscere e iniziare ad amare l’arte italiana antica e moderna. A seguito della malattia, infatti, fece, su suggerimento dei medici un viaggio estivo, che con la madre lo portò a visitare città d’arte come Napoli, Torre del Greco, Capri, Amalfi e Roma.
• Prima di trasferirsi a Parigi nel 1906, Amedeo Modigliani a Livorno fu allievo di Guglielmo Micheli, e all’Accademia di Belle Arti di Firenze dell’anziano macchiaiolo Giovanni Fattori (anche Micheli era stato suo allievo). Già da questi primi approcci di Amedeo all’arte in lui iniziò a maturare un sentimento artistico del tutto personale.

5 Amedeo Modigliani arriva a Parigi

• Amedeo Modigliani arrivò a Parigi nel 1906 e il suo unico punto fermo era la lingua francese, che la madre gli aveva insegnato quando era piccolo.
In ogni caso, la trasformazione di Amedeo fu rapidissima. Da ragazzo borghese, composto e inesperto si trasformò ben presto in un tenebroso e irrequieto artista. Se da piccolo in famiglia il soprannome di Amedeo era Dedo, a Parigi, si trasformò in Modì, la cui pronuncia rimanda direttamente al vocabolo francese maudit, ovvero maledetto.
• La Capitale francese a inizio Novecento era simbolo di modernità, tutto era frenetico e frizzante. Nonostante nel tempo Amedeo Modigliani fosse diventato un indiscusso protagonista del panorama culturale dell’epoca, si impegnò tutta la vita nel cercare di affermarsi ed essere riconosciuto. Del resto in una Parigi in continua trasformazione e in cui le novità artistiche non accennavano a diminuire, non deve essere stato facile.

Amedeo Modigliani e Juan Gris

Amedeo Modigliani, Juan Gris, 1915, olio su tela (CC0, The Metropolitan Museum of Art, New York, Bequest of Miss Adelaide Milton de Groot (1876-1967), 1967).

6 Le frequentazioni di Amedeo Modigliani a Parigi tra arte ed eccessi

• Conoscere la vita parigina di Amedeo Modigliani significa ripercorrere attivamente la vita culturale e artistica della Parigi dell’epoca, tra luoghi e protagonisti. La storia di Modì si intreccia con quella degli artisti Costantin Brậncusi, Juan Gris, Max Jacob, Pablo Picasso, Chaїme Soutine, Maurice Utrillo, degli scrittori Jean Cocteau, Beatrice Hastings, della famosa prostituta ritratta da vari artisti, Alice Prin, anche detta Kiki di Montparnasse (è la modella della nota fotografia di Man Ray, Le violon d’Ingres del 1924). Questi nomi, ognuno legato a precisi aneddoti, costituiscono solo alcuni esempi e questo rende chiaro quanto la storia di Amedeo Modigliani costituisca una immensa e stimolante testimonianza.
• Nonostante la salute cagionevole, Amedeo Modigliani non accennava a curarsi né a ridurre gli eccessi: negli anni parigini si abbandonò ad alcool e droghe che acuivano ancor di più i lati burrascosi del suo carattere e probabilmente l’aiutavano a mettere a tacere le insicurezze che con sfrontatezza tentava di nascondere.

7 Gli amori di Amedeo Modigliani e il rapporto con Jeanne Hébuterne

• Amedeo Modigliani fu un grande amatore, le sedute di posa con le modelle spesso si interrompevano per lasciare spazio ad esperienze di altro tipo, fervide e appassionate. Nonostante pare che Amedeo ebbe anche un figlio dalla modella canadese Simone Thiroux, con un’altra donna costruì un rapporto unico e particolare: Jeanne Hébuterne, una giovane artista di 19 anni che Amedeo conobbe nel 1917 e con la quale visse gli ultimi anni della sua vita.

Jeanne Hebuterne e Amedeo Modigliani

Amedeo Modigliani, Jeanne Hébuterne, 1919, olio su tela (CC0, The Metropolitan Museum of Art, New York, Gift of Mr. and Mrs. Nate B. Spingold, 1956).

8 La tragica fine di Amedeo Modigliani e Jeanne Hébuterne

• Amedeo Modigliani venne ritrovato moribondo il 22 gennaio 1920, con accanto Jeanne, incinta di nove mesi del secondo figlio: i due avevano avuto già Jeanne (Giovanna Modigliani), nata nel 1918. L’artista venne portato in ospedale, ma, ormai in coma, morì due giorni più tardi, il 24 gennaio 1920.
• Jeanne Hébuterne, giovane di buona famiglia, i cui genitori avevano fatto di tutto per ostacolare il rapporto con l’artista tanto più grande di lei, il 25 gennaio 1920, al nono mese di gravidanza, si tolse la vita, buttandosi dal quinto piano della casa dei suoi genitori. I due amanti sono oggi seppelliti insieme nel cimitero di Père Lachaise di Parigi.

9 I mercanti d’arte e la fortuna postuma di Amedeo Modigliani

• Due sono i più importanti collezionisti e mercanti d’arte che a Parigi si occuparono di seguire l’operato di Amedeo Modigliani: Paul Guillaume e Léopold Zborowski. Il primo rimase vicino all’artista dal 1914 al 1916 circa, mentre il secondo entrò a far parte della vita di Amedeo dal 1917 fino al momento della morte dell’artista.
• Nonostante tutto ciò, Amedeo Modigliani visse sempre in semi miseria, anche a causa della sua incapacità di gestire il guadagno mensile che il lavoro di Léopold Zborowski gli assicurava negli ultimi anni. In più le quotazioni delle sue opere crebbero vertiginosamente solo dopo la sua morte, iniziando a dare al grande Amedeo Modigliani il riconoscimento, arrivato troppo tardi, che da sempre meritava.

Per concludere: in uno dei prossimi post parleremo dello stile di Modì, intanto vi lascio la bibliografia a cui ho fatto riferimento. Si tratta di due testi che ho amato e di cui consiglio assolutamente la lettura:

1 Jeanne Modigliani, Modigliani, mio padre, Abscondita, Milano, 2005

2 Corrado Augias, Modigliani. L’ultimo romantico, Mondadori, Milano, 2013 (Ed. orig. 1998)