Archivi d’arte contemporanea: un patrimonio nel cuore di Roma.

Intervista a Claudia Palma, direttrice dei Fondi storici e dell’Archivio bioiconografico della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma (LAGN).
(A cura di Miriam Carinci e Sara Taffoni)

Gli archivi d'arte contemporanea de La Galleria Nazionale di Roma (LAGN)

Scrivere di archivi d’arte contemporanea permette di aprire una finestra su un mondo affascinante ma poco noto ai più. Si tratta di luoghi che nell’immaginario comune appaiono pieni di scartoffie impolverate, di difficile consultazione e noiose da fruire. Non che di polvere non ce ne sia ma addentrarsi tra i documenti di un archivio significa ben altro. Avere accesso ad un fondo archivistico permette di entrare in contatto diretto con le fonti, aiuta nella storicizzazione e valorizzazione. L’archivio rappresenta, dunque, uno strumento ineguagliabile e come ricordato dalla pubblicazione, nata a seguito della giornata di studi dedicata agli archivi d’arte contemporanea e curata da Rachele Ferrario all’Accademia di Belle Arti di Brera, il 9 maggio 2013, fare archivi significa fare mondi. In un archivio, sia esso ad esempio d’artista o di galleria, non si consultano semplicemente documenti ma si entra in punta di piedi nella vita professionale, e molto spesso anche privata, di qualcuno. Si ha come l’impressione di essere osservatori silenziosi, impegnati a decifrare ciò che si palesa di fronte allo sguardo, con metodologie specifiche e articolate.
Abbiamo avuto il privilegio di incontrare e rivolgere alcune domande alla Direttrice dei Fondi storici e dell’Archivio bioiconografico della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma (LAGN), Claudia Palma. L’obiettivo è di discutere con un’esperta del settore su alcuni aspetti e problematiche, cercando sempre di offrire stimolanti spunti di riflessione sia per i fruitori che per gli archivisti.

1. Da Direttrice dell’Archivio bioiconografico e dei Fondi storici della LAGN immagino sia d’accordo con l’espressione usata da Rachele Ferrario nel 2013 ”Fare Archivi fare mondi”…. Considerando quanto oggi lo studio della storia dell’arte passi attraverso lo studio degli archivi d’artista …
È vero, oggi è quanto mai attuale e importante per un artista conservare la documentazione del suo lavoro e quindi trasmettere attraverso gli archivi la sua storia, la sua memoria, il suo mondo. Gli artisti d’oggi, a differenza di quelli del passato, hanno la assoluta e totale consapevolezza di quanto ciò sia importante e si occupano, in prima persona, di raccogliere, conservare, catalogare le loro fonti. Gli archivi degli artisti del passato difficilmente presentano un’organizzazione chiara e quando si trova è spesso dovuta all’intervento a posteriori di eredi scrupolosi.

2. Da quanto tempo svolge il lavoro d’archivista? Quali difficoltà ha incontrato e quali soddisfazioni ha avuto?
Ho cominciato a lavorare nel Ministero dei Beni Culturali come bibliotecaria più di 38 anni fa ed è dal 1999 che mi occupo di archivi. Dapprima con un approccio sospettoso e direi quasi preoccupato (per un bibliotecario della Galleria nazionale d’arte moderna infatti l’archivio rappresenta un mondo antico mentre lui si occupa molto più di cose moderne e attuali), poi l’entusiasmo è cresciuto man mano che mi rendevo conto dei contenuti di questi archivi: potersi immergere nelle storie che essi raccontano è bellissimo. È come fare un tuffo ad immersione totale in una favola, si scoprono sensibilità, interessi, attenzioni che difficilmente emergono dalla lettura di un libro.
Il momento più difficile è stato l’approccio alle nuove tecnologie, il passaggio dal cartaceo al digitale ci ha portato a compiere diversi errori, ci ha fatto trovare soli, impreparati, ci ha messo di fronte a scelte che non sempre sono state le migliori. Le soddisfazioni sono tante, posso dire quella che mi viene in mente per ultima: oltre a ciò che ho elencato prima, oltre al piacere della scoperta di testi non pubblicati, oltre alla passione per la narrazione che dalle carte si evince, l’ultima in ordine di tempo che io riscontro è quella della comunicazione, non solo agli studenti, ma a tutti coloro che mi chiedono di capire e conoscere di più il mondo degli archivi. È un piacere enorme rendermi conto che saper raccontare i contenuti degli archivi, saper spiegare i tesori che vi sono nascosti, provoca, anche in chi di archivi non sa niente e quindi ne ha una visione diffidente, un grandissimo sincero entusiasmo.

3. Possedete moltissimi fondi interessanti ed anche inediti, sia perché recentemente acquisiti sia per il materiale inedito o da rileggere e valorizzare…. Avete ad esempio acquisito il fondo di Carla Lonzi ma anche quello dell’Attico, in concomitanza al quale avete organizzato Scorribanda, cosa può dirci in merito?
L’anno 2018 si è presentato sotto i migliori auspici per gli archivi. Dopo anni di crisi anche per il nostro settore, la recente direzione di questa galleria ha dato un impulso preciso di implementazione, sviluppo e valorizzazione degli archivi degli artisti, di critici e di gallerie. In questo senso infatti si leggono alcune delle recenti acquisizioni dei fondi relativi alla grande critica: Carla Lonzi, un archivio complesso, articolato, tutto da sistemare, riscoprire e proporre agli utenti; il maestoso archivio di Fabio Sargentini relativo alla attività della galleria L’attico, un archivio enorme e già ben sistemato, ma che proprio per la sua grande mole di documentazione richiede un tempo non breve per la presentazione al pubblico. Ma altri importanti fondi sono arrivati in questi mesi: abbiamo acquisito il fondo archivistico relativo all’attività dell’associazione Art Club, abbiamo acquisito un fondo del fotografo Enzo Eric Toccaceli riguardante la Beat Generation, in particolare gli scrittori Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti e Allen Ginsberg. Le pratiche riguardanti altri quattro archivi sono in via di definizione. Ma non è soltanto l’aspetto legato all’acquisizione dei fondi che ha avuto un particolare impulso: sempre in questo stesso anno abbiamo finalmente presentato l’OPAC (online pubblic access catalogue)dei nostri archivi, consultabili quindi online da ogni parte del mondo, ed infine sono state proposte una serie di mostre che traggono la loro origine proprio dai nostri fondi storici, come ad esempio quella riguardante la figura di Maria Monaci Gallenga (16/04/2018 – al 03/06/2018), frutto dello studio e della presentazione della documentazione conservata presso gli Archivi delle Arti applicate del XXI secolo, archivio facente appunto parte dei Fondi storici della nostra galleria.

4. Chi si occupa dell’acquisizione dei fondi, come funzionano le trattative?
Naturalmente è il nostro dirigente che si occupa di intrattenere i rapporti con galleristi, artisti, critici e quindi è lei stessa per prima a proporre la nostra istituzione come soggetto adatto per la migliore conservazione, ma soprattutto valorizzazione di questi fondi documentari. Per quel che riguarda invece la parte più strettamente amministrativa sono io stessa che mi occupo del perfezionamento delle pratiche necessarie.

5. In modo estremamente intelligente e all’avanguardia, considerando quanto non se ne parli mai a sufficienza, come galleria vi state muovendo moltissimo non solo per sostenere lo studio degli archivi, attraverso interessanti acquisizioni, ma anche per sostenere l’importanza della curatela dell’archivio d’artista, operazione non di certo scontata ma complessa e articolata, e a cui vi dedicate con estrema professionalità. Ci viene in mente ad esempio il corso dell’Associazione Italiana Archivi d’Artista che avete ospitato nel 2017…cosa può dirci?
Come già dicevo, per la valorizzazione degli archivi non è sufficiente la loro acquisizione ma è necessaria la giusta conservazione, la divulgazione verso il pubblico, sia in forma di schedatura che in forma di convegno o mostra, e non ultimo attraverso corsi di formazione per la figura dell’archivista che la galleria in prima persona ha proposto insieme all’Associazione Italiana Archivi d’Artista. È di dicembre la nostra adesione alla associazione milanese che si batte da tempo per la più estesa condivisione di intenti tra soggetti che hanno gli stessi fini, principi ed obiettivi, nei quali la galleria si è immediatamente riconosciuta e per questo si è proposta come sede romana dell’associazione stessa. Prima fra tutti è la formazione di figure professionali interdisciplinari che sappiano affrontare il complesso lavoro di archiviazione da un punto di vista non solo archivistico, ma anche storico-artistico e giuridico; è la prima volta che si propone una formazione di questo genere e ritengo che sia quanto mai importante perseverare in questo tipo di proposta.

6. Nell’organizzazione di moltissime mostre in galleria, ma non solo, svolgete un lavoro certosino. In qualche modo potremmo dire un lavoro solo apparentemente dietro le quinte, considerando quanto sia fondamentale per l’intera riuscita di una mostra… cosa ne pensa?
Il nostro lavoro di bibliotecari e archivisti è sempre stato funzionale alla preparazione di una mostra. Noi siamo il dietro le quinte necessario, non sempre così appariscente, ma l’attenzione che negli ultimi anni si è focalizzata su di noi e il bisogno dell’artista di spiegare le origini del proprio lavoro ha portato ad una esternalizzazione della nostra funzione. Speriamo ovviamente che l’attenzione non scenda affinché sempre di più si comprenda come la storia e quindi la memoria si possano tramandare soltanto attraverso la giusta lettura delle Fonti.

7. Voi possedete un patrimonio eccezionale e credo sia fondamentale il fatto che possa essere accessibile a tutti, questo non sempre avviene negli archivi privati. Cosa ne pensa?
Da sempre gli archivi sono stati protetti da chi se ne occupa in modo a volte morboso. La tutela e la conservazione di questi tesori preziosi si è spesso confusa con la necessità di non permettere l’accesso ai testi per la paura di vederli rovinati. Si è poi voluto in certi casi conservare una memoria quasi iconica del soggetto produttore dell’archivio, a volte addirittura intervenendo con operazioni di scarto sugli archivi laddove gli eredi non riconoscevano in un documento piuttosto che in un altro il pensiero finale dell’artista stesso. L’archivista pubblico ha il compito di conservare il materiale generato dall’attività lavorativa di un artista, di una galleria, di un ente e di sistemarlo in modo tale da favorire l’accesso a questa documentazione, affinché racconti la storia che se ne trae e favorisca in ogni modo la sua diffusione. Io credo che quando un archivio è nascosto all’attenzione del pubblico ciò succede perché chi se ne occupa non è in grado di conservarlo nel modo più appropriato, per incompetenza professionale, per impossibilità economiche, per mancanza, in definitiva, di strumenti adeguati.

8. Ormai stiamo vivendo un’epoca liquida, tutto è digitale, quale pensa possa essere il futuro degli archivi?
Per molto tempo il problema della dematerializzazione delle Fonti è stato per me un grande cruccio. Molti convegni e molte discussioni si sono avute intorno al problema del depauperamento delle fonti e alla conseguente impossibilità, quindi, di poter scrivere la storia di questi anni. Oggi mi sento più positiva, credo che le nostre fonti stiano cambiando, credo che ciò che fino ad oggi è stato tramandato attraverso le parole, attraverso la carta, attraverso tutta una serie di segni ai quali siamo stati abituati per molto tempo, stiano semplicemente trasformandosi e che quindi le nostre fonti future saranno quelle iconografiche. C’è una bulimia di fonti, se vogliamo, in questo periodo e credo che la scommessa del futuro sarà quella di imparare a riconoscerle, imparare a tutelarle e a conservarle, imparare a trarne le stesse informazioni che fino ad oggi abbiamo tratto da quei documenti che per tanto tempo abbiamo conservato. Non sono preoccupata per il futuro, penso sia un momento di transizione e che sarà importante imparare a cavalcare questo momento piuttosto che lasciarsene sopraffare.

9. In ultimo vorrei chiederle quale consiglio si sente di dare a chi si sta da poco approcciando alla ricerca archivistica. Quali le possibili difficoltà e quali le soddisfazioni?
Le difficoltà sono sicuramente legate al momento storico. Sta cambiando tutto e i cambiamenti non riguardano solo il lavoro dell’archivista poichè tutti i lavori stanno subendo una mutazione profonda. Sarà importante porsi nei confronti del cambiamento in modo positivo, utilizzare le nuove tecnologie per gli scopi divulgativi che tanto bene ci aiutano a fare, utilizzare questi strumenti come mezzi e non come fini del nostro lavoro. Le soddisfazioni più grandi sono quelle di sentirsi sì vestali del sapere, ma non avendo come unico obiettivo quello della conservazione della nostra cultura, della nostra arte, ma facendosi promotori di sapienza, convinti esportatori di una conoscenza sempre più diffusa ma allo stesso tempo approfondita e mai noiosa, ma anzi piacevole e appassionata.

Arrivati al termine di questa illuminante chiacchierata rinnovo, insieme alla collega Miriam Carinci, i nostri ringraziamenti alla Dottoressa Claudia Palma per la disponibilità e la professionalità dimostrateci.

In ultimo non voglio lasciarvi senza prima consigliarvi un testo da leggere:
Rachele Ferrario (a cura di), Fare archivi fare mondi. Gli archivi d’arte contemporanea, Silvana Editoriale, Milano, 2014.

Di seguito il link alla pagina “Archivi” de La Galleria Nazionale.
Se invece non avete ancora letto lo scorso post dedicato alla divulgazione artistica in TV ecco il link.

Programmi d’arte: la divulgazione in TV

Vuoi scoprire i programmi d'arte che ho selezionato per questo post? Leggi e ne scoprirarai 5Vuoi scoprire i programmi d’arte che ho selezionato per questo post? Leggi e ne scoprirarai 5

La televisione può essere un ottimo strumento per favorire la divulgazione da parte di esperti del settore. Già immagino che ci siano alcune persone contrarie, convinte che così non si faccia altro che banalizzare, ma sono fermamente convinta, invece, che in tal modo si sensibilizzi il largo pubblico a nuove tematiche.
Siamo abituati a vedere bellissimi programmi dedicati alla divulgazione storica ma come siamo messi con l’arte? Quali sono stati i più famosi programmi d’arte della televisione italiana? Ne ho selezionati 5 per l’occasione, scopriamoli insieme

INDICE DEI PROGRAMMI D’ARTE
1 A che gioco giochiamo (1969), condotto da Corrado con la collaborazione dell’attrice Valeria Fabrizi
2 Arte Città (1979-80), condotto da Flavio Caroli,
3 Mixer (1980-1998) con Federico Zeri
4 Passpartout (2001- 2011), condotto da Philippe Daverio
5 Fuori Quadro (2014-2015), condotto da Achille Bonito Oliva

E ora cominciamo a scoprire questi programmi d’arte:

1 A che gioco giochiamo è stato trasmesso nel 1969 sul Programma Nazionale (Rai 1 oggi), ideato dalla società Corima, Guido Castaldo e Franco Torti. Il conduttore, il Corrado Nazionale, lo conduceva dal Teatro delle Vittorie di Roma con la collaborazione dell’attrice Valeria Fabrizi. A che gioco giochiamo rientra tra i programmi d’arte che favoriscono la divulgazione storico-artistica tramite il gioco: quattro giocatori divisi in due squadre impegnate a terminare per prime una sorta di puzzle con l’immagine di un’opera famosa. La squadra più veloce poteva vincere un montepremi a patto che ne indovinasse l’autore…….insomma A che gioco giochiamo è sicuramente da annoverare tra i programmi d’arte che insegnano divertendo.

2 Artecittà-Gioco come cultura è stato trasmesso tra il 1979 e il 1980, ideato da Maurizio Corgnati e condotto dal noto storico dell’arte Flavio Caroli. Si tratta di un altro tra i programmi d’arte che a suo modo poneva al centro il gioco. Questa volta i protagonisti assoluti del quiz show erano il patrimonio del paese e in particolare la storia di alcune città, opere d’arte e artisti. I tre concorrenti dovevano rispondere a delle domande relative agli argomenti selezionati e ascoltare la successiva e articolata spiegazione di Caroli. Artecittà non è mai stato un vero e proprio game show quanto più un talk show che ha usato come pretesto per l’insegnamento il gioco. Il vincitore della puntata aveva diritto a tornare nella puntata successiva e vinceva un’opera grafica o un multiplo di artisti allora emergenti invitati in studio per l’occasione. Tra questi i grandi Ugo Nespolo, Gianfranco Notargiacomo, Marcello Jori e tanti altri: un modo anche per parlare di contemporaneo.

3 Mixer il programma televisivo ideato da Aldo Bruno, Giovanni Minoli, Giorgio Montefoschi e condotto tra anni Ottanta e Novanta da Giovanni Minoli su Rai 2 e Rai 3. Da rotocalco televisivo ha visto la partecipazione dal 1980 al 1998 del critico d’arte Federico Zeri. In vero anche se Mixer non può essere considerato tra i programmi d’arte veri e propri credo sia fondamentale citarlo e ricordarlo, per la presenza di un importante critico italiano alle prese con la sensibilizzazione artistica.

4 Passpartout, ideato da Philippe Daverio e Mauro Raponi e condotto dal 2001 al 2011 dallo stesso Daverio su Rai 3 e Rai 5. Ogni puntata dedicata ad uno specifico tema vedeva l’affascinante conduttore prodigarsi in spiegazioni accattivanti e mai scontate. Senza dubbio tra i programmi d’arte e cultura che ho amato di più.

5 Fuori Quadro, ideato e condotto da Achille Bonito Oliva tra 2014 e 2015 su Rai 3. Tra i pochissimi ̶̶ se non l’unico ̶ programmi d’arte televisivi a dedicarsi all’arte contemporanea a 360 gradi. Ogni puntata era dedicata ad approfondimenti specifici con interviste ad artisti e curatori, per consentire allo spettatore di avvicinarsi e conoscere il mondo dell’arte contemporaneo. Ho apprezzato tantissimo l’idea di Bonito Oliva, in quanto credo che l’arte contemporanea e i suoi meccanismi siano di difficile comprensione, sempre guardati con sospetto dai più.

Tu conosci altri programmi d’arte? Cosa ne pensi della divulgazione televisa?

Come di consueto vi lascio un indicazione bibliografica a cui fare riferimento qualora vogliate approfondire e scoprire qualcosa in più sui programmi d’arte e sulla divulgazione artistica in TV!

Aldo Grasso, Vincenzo Trione (a cura di), Arte in TV. Forme di divulgazione, Johan & Levi Editore, Monza, 2014

PS: NON HO CITATO PIETRE MILIARI COME PIERO E ALBERTO ANGELA MA È OVVIO CHE RIENTRANO DI DIRITTO NELLA LISTA =)

PPS: se non avete ancora letto, lo scorso articolo della rubrica Le storie dell’arte, vi lascio il link...potrete leggere una bellissima intervista a Francesco Tetro, direttore della Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Latina.

Prospettiva e dagherrotipo: due rivoluzioni epocali a confronto

Prospettiva e dagherrotipo: cosa li accomuna? Leggi e ragioniamoci insieme!

La prospettiva, una delle scoperte artistiche tra le più rivoluzionarie, è legata all’architetto Filippo Brunelleschi (1377 – 1446) che, a inizio Quattrocento, ne dà prova pratica attraverso due tavole: l’una con il Battistero di Firenze visto dalla porta del Duomo e l’altra con Piazza della Signoria. Dallimmagine che vi linko si può comprendere facilmente qual è il funzionamento degli esperimenti compiuti da Brunelleschi.
Grazie all’architetto Leon Battista Alberti (1404-1472), nel 1435, si ha una formalizzazione delle scoperte brunelleschiane nel trattato De pictura, dove l’accento è posto sull’imitazione spaziale del reale e dunque sulla percezione ottica dell’uomo.
Proprio quest’ultimo e il suo sguardo sul mondo, dunque, divengono protagonisti dell’arte. Le opere da questo momento sono sempre più prospetticamente realistiche e nel tempo gli artisti (tra i primi a “giocare” con la prospettiva Masaccio e Donatello) si specializzano nella realizzazione di ardite e illusionistiche composizioni, basti pensare a quelle sui soffitti (dette da sotto in su–>vedi ad esempio l’oculo nella Camera degli sposi di Andrea Mantegna nel Castello di San Giorgio di Mantova, 1465-1474).

prospettiva e dagherrotipo: Fra Carnevale e la nascita della Vergine su Confronti d'arte.

Fra Carnevale (Bartolomeo di Giovanni Corradini), La nascita della Vergine, 1467, Tempera and oil on wood.

prospettiva e dagherrotipo: carlo-crivelli-Pietà-1476

Carlo Crivelli, Pietà, 1476, Tempera on wood, gold ground

Ora proviamo a fare un salto temporale piuttosto consistente: nel 1839 a Parigi si inizia a parlare di dagherrotipomania. A utilizzare il termine per la prima volta è un giornalista francese Eugène Briffault (1799-1854).

Ma perché questa espressione?
Proprio nel gennaio del 1939 si diffonde la notizia che lo scenografo Jacques-Mandé Daguerre (1787-1851), in società con il ricercatore Joseph-Nicéphore Niépce (1765-1833), all’epoca già deceduto, ha inventato il dagherrotipo, antesignano della fotografia. Daguerre all’epoca non rivela ancora il funzionamento della sua epocale scoperta: vuole tenerlo segreto fin quando non ha la certezza che il re non approvi una legge che gli garantisca un vitalizio in cambio della sua rivelazione. Il progetto di Daguerre e Niépce deve essere, dunque, presentato alla Camera dei deputati e a sostenerlo ha dalla sua parte Francis Arago (1786-1853): noto e affermato scienziato francese, segretario dell’Accadémie des Sciences di Parigi.

Prima di proseguire, però, cos’è esattamente un dagherrotipo?
Si tratta di una sorta di fotografia ottenuta su una lastra di rame argentato, lucidata e preparata ad accogliere la luce sulla superficie (sensibilizzata alla luce) attraverso un processo chimico con vapori di iodio, per poi, nel giro di un’ora, essere esposta alla luce (il tempo di esposizione può variare in base alla quantità della luce e all’obiettivo, di solito si aggira intorno ai 10-15 minuti). Tutto ciò avviene in un apparecchio per dagherrotipi, una scatola potremmo dire, con un obiettivo e relativo tappo da usare, quando necessario, per impedire l’ingresso della luce stessa. Terminata l’esposizione il dagherrotipo è pronto per essere sviluppato attraverso dei vapori di mercurio (l’immagine iniziale, detta latente, attraverso questo trattamento, si palesa sulla superficie, permettendone la visione)

prospettiva e dagherrotipo: Baron-Jean-Baptiste-Louis-Gros-dagherrotipo-1850-57

Baron Jean-Baptiste-Louis Gros, The Salon of Baron Gros, 1850-57, Daguerreotype

prospettiva e dagherrotipo: Ron-Fasand-dagherrotipo-1840s

Ros Fasand, Woman with an Accordion daguerreotype, 1840s, Daguerreotype

prospettiva e dagherrotipo: unknow-dagerrotipo-1857

Unknown, Henri-Charles Maniglier, 1850, Daguerreotype

La legge Daguerre viene approvata dai deputati e dal re nell’agosto del 1939: Daguerre e il figlio di Niépce, Isidore (1795-1868), si assicurano un vitalazio rispettivamente di seimila e quattromila franchi. Adesso il pubblico è impaziente di conoscere il segreto che consente il funzionamento di questa “magia” ottica: il 19 agosto 1939 Arago e Daguerre tengono la loro presentazione presso l’Accadémie des Sciences. A partire da questo momento la dagherrotipia va diffondendosi un pò ovunque e migliorandosi sempre di più tanto che, quello che all’inizio sembra essere riservato a pochi eletti  ̶ dato il costo elevato di realizzazione e la complessità tecnica  ̶  già nel 1846 un piccolo dagherrotipo (cm 11 x 8: il formato più usato, soprattutto per i ritratti, di cui in quegli anni c’è un vero e proprio boom) viene fatto pagare solo 2 franchi, e i laboratori di dagherrotipia si diffondono un po’ in tutta Parigi.

Giunti ora alla fine cosa ci permette di accostare prospettiva e dagherrotipo, due scoperte  rivoluzionarie così distanti tra loro?
Si tratta di due invenzioni che pongono al centro le dinamiche dello sguardo e la visione dell’uomo, evidenziando, ognuna a suo modo, l’esigenza di rendere realisticamente quanto ci circonda: la prospettiva inizia imitando lo sguardo dell’uomo per replicarne la sua percezione ottica e spaziale e il dagherrotipo, tra l’altro servendosi della prospettiva, diventa ̶ prima della fotografia vera e propria ̶ lo strumento con il quale eternare quanto l’occhio umano cattura con la visione.
Direi due scoperte UMANISTICHE!!!

Ovviamente la storia della prospettiva e della dagherrotipia sono più estese e complesse di quanto non si intuisca da questo post. Vi lascio uno degli interessanti saggi a cui ho fatto riferimento:

Paul-Louis Roubert, 1839-1851: L’incontro tra l’uomo e la macchina, in André Gunthert e Michel Poivert (a cura di), Storia della fotografia: dalle origini ai nostri giorni, Electa, Milano, 2008, pp. 12-39.

ahhh dimenticavo: la critica d’arte ha comunque discusso molto sul concetto di prospettiva: si tratta di una costruzione convenzionale o di una riproposizione spaziale della realtà naturale? Tra i critici che sostengono la seconda ipotesi c’è Ernst Gombrich e io mi schiero con lui =))

La Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Latina

La Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Latina: scopriamo il suo patrimonio con Francesco Tetro

Latina, città dell’Agro Pontino, fondata con il nome di Littoria durante il ventennio fascista, è uno scrigno dell’architettura italiana del Novecento. Inaugurata il 18 dicembre 1932, vede la luce a partire dal progetto dell’architetto e urbanista Oriolo Frezzotti (Roma, 1888; Roma 1965), incaricato, solo poco tempo prima, il 5 aprile 1932, di realizzare l’impresa da Benito Mussolini (Dovia di Predappio, 1883; Giulino di Mezzegra, 1945) e Valentino Orsolini Cencelli (Magliano Sabina, 1898; Roma, 1971), presidente dell’Opera Nazionale Combattenti. Lo stesso Frezzotti cura due anni più tardi il piano di ampliamento della città che, infatti, nel 1934 diviene capoluogo di provincia.             

Oggi visitare Latina, testimone muta di un drammatico momento storico, permette di camminare in un museo a cielo aperto e vivere quella particolare atmosfera sospesa di dechirichiana memoria che le forme architettoniche creano giocando con la luce.  Tra le rilevanti costruzioni cittadine si vuole porre l’accento su quello che oggi a Latina è il Palazzo della Cultura, lungo Viale Umberto I, in quanto sede, a partire dal 1996, della Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Latina. Quest’ultima, inaugurata ufficialmente nel 1937, con il nome di Galleria d’Arte Moderna – Città di Littoria, è collocata all’epoca della fondazione negli spazi dell’Istituto Tecnico Commerciale Vittorio Veneto prima e nel piano terra del Palazzo Comunale poi. La Galleria, come emerge dal catalogo pubblicato nel luglio del 1937, vantava una collezione permanente di 397 opere tra pittura, scultura e arti applicate  ̶  donate a Littoria, dal 1932, da diverse istituzioni e da artisti, molte delle quali esposte, tra il 1935 e il 1937, alla II Quadriennale di Roma e alla XX Biennale di Venezia  ̶ , salite a circa 500 nel febbraio del 1939 e probabilmente aumentate negli anni successivi, quando il Comune cominciò ad acquistare opere d’arte.  Gli eventi bellici causano la dispersione delle opere della ricca collezione tra varie Istituzioni pubbliche della città, mentre di moltissime (diverse centinaia) se ne perdono le tracce.

Solo a partire dal 1996, con l’inaugurazione della Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Latina, si espongono le opere perdute che nel corso degli anni precedenti sono recuperate, grazie all’impegno dell’attuale direttore della Galleria, Francesco Tetro, sostenuto in questo dalle istituzioni comunali e dal Nucleo del Comando di Carabinieri Tutela Patrimonio Artistico.


L’odierna collezione permanente   ̶   il cui riallestimento è realizzato da Tetro e inaugurato nel dicembre 2017  ̶  non è la medesima del 1937: alle opere ritrovate, infatti, si aggiungono quelle acquistate dal Comune e quelle donate da artisti ancora viventi o dai loro eredi, nell’ottica di privilegiare la produzione artistica italiana tra le due guerre. U
no spazio della Galleria è, inoltre, destinato a importanti mostre temporanee: tra queste Sibò futurista. Omaggio a 110 anni dalla nascita di Pierluigi Bossi (16 dicembre 2017-16 gennaio 2018), in occasione della quale la figlia dell’artista, Simona Bossi, dona alla Galleria una preziosa tempera su cartone del padre: Primo Bozzetto per la nascita di Littoria (1936-‘37); o anche l’esposizione Altre stanze. Anni ’50 e ’60 (27 gennaio 2018-8 aprile 2018), realizzata grazie alla collaborazione tra l’Amministrazione comunale e la Banca d’Italia, con più di 40 opere tra dipinti, sculture e ceramiche di artisti, come Corrado Cagli, Lucio Fontana, Giorgio De Chirico, Emilio Vedova, Renato Guttuso, Carla Accardi, Ugo Attardi, Franco Angeli, Enrico Baj, Alberto Burri, Tano Festa, Mario Mafai, Mario Schifano e altri maestri.

Potete leggere l’articolo completo con l’intervista al direttore Francesco Tetro sulla Rivista Frammenti

Attraverso le sue parole si vuole contribuire alla conoscenza di questo spazio museale, protagonista indiscusso del patrimonio italiano.

Amedeo Modigliani: un artista, un uomo.

Vuoi iniziare a conoscere Amedeo Modigliani?
Leggi i 9 punti per scoprire alcune curiosità sulla vita dell’artista 

Amedeo Modigliani e il nudo sdraiato

Amedeo Modigliani, Reclining Nude, 1917, olio su tela (CC0, The Metropolitan Museum of Art, New York, The Mr. and Mrs. Klaus G. Perls Collection, 1997). 

I più conoscono Amedeo Modigliani come l’autore degli enigmatici ritratti dal collo lungo. Altri sanno che era un artista livornese, trapiantato a Parigi, dal fascino tenebroso, dedito agli eccessi e dal carattere irrequieto. Qualcun altro ancora ricorderà lo scandalo delle teste ritrovate nei fossi di Livorno: la leggenda vuole che l’artista vi abbia gettato delle sue sculture, così, nel 1984, in occasione dei festeggiamenti per il centenario della nascita dell’artista, si iniziò a cercarle. Di teste ne vennero trovate ben tre…la critica, fatte alcune eccezioni, era in visibilio…peccato fossero tre falsi: due di uno scultore locale, Angelo Froglia, e una di un gruppo di tre giovani studenti livornesi, Michele Ghelarducci, Pietro Luridiana e Pierfrancesco Ferrucci. Uno scherzetto  ̶  o operazione concettuale, dipende dai punti di vista  ̶  che creò non poco scompiglio.
Ma chi era davvero Amedeo Modigliani? Lungi da me voler ripercorrere la lunga vicenda dell’artista, nonostante la breve vita. Voglio, però, offrire degli spunti, sperando di stimolare la curiosità e invogliarvi a scoprire qualcosa in più.

Amedeo Modigliani e la testa di donna

Amedeo Modigliani, Woman’s Head, 1912, pietra calcarea (CC0, The Metropolitan Museum of Art, New York, The Mr. and Mrs. Klaus G. Perls Collection, 1997).

Indice
1 Nascita e morte di Amedeo Modigliani
2 Accenni sulla storia familiare di Amedeo Modigliani
Il fondamentale rapporto di Amedeo Modigliani con il nonno materno e con la madre
4 L’arte entra definitivamente nella vita di Amedeo Modigliani
5 Amedeo Modigliani arriva a Parigi
6 Le frequentazioni di Amedeo Modigliani a Parigi tra arte ed eccessi
7 Gli amori di Amedeo Modigliani e il rapporto con Jeanne Hébuterne
8 La tragica fine di Amedeo Modigliani e Jeanne Hébuterne
9 I mercanti d’arte e la fortuna postuma di Amedeo Modigliani

1 Nascita e morte di Amedeo Modigliani

• Amedeo Modigliani nacque a Livorno, in via Roma 38, il 12 luglio 1884, dai coniugi Eugenia Garsin e Flaminio Modigliani e morì a Parigi il 24 gennaio 1920, a soli 35 anni, a causa di una meningite tubercolare.

2 Accenni sulla storia familiare di Amedeo Modigliani

• Amedeo Modigliani era l’ultimo di quattro figli. Aveva due fratelli e una sorella: Emanuele, deputato socialista, Umberto, ingegnere, e Margherita che riconobbe e crebbe Giovanna Modigliani, (s)fortunata figlia dell’artista.
• Le famiglie di entrambi i genitori erano di origini ebree. Questa eredità Amedeo Modigliani la portò a suo modo sempre con sé.
• La famiglia di Amedeo Modigliani era medio borghese, entrambi i genitori venivano da famiglie di commercianti, con la sola differenza che la famiglia di Eugenia Garsin era molto più liberale di quella di Flaminio Modigliani. Quando Amedeo nacque, però, la situazione economica familiare era pessima. Flaminio non era un buon padre, da sempre assente in famiglia, aveva ormai fallito anche professionalmente. La situazione era talmente grave che il giorno della nascita di Amedeo, Eugenia dovette fare i conti con il rischio del pignoramento dei beni. Fu proprio Eugenia, donna intelligente e intraprendente, a risollevare con le sue sole forze la famiglia: nel 1887 aprì a Livorno, nella nuova abitazione in via delle Ville una scuola, scuola Garsin.

3 Il fondamentale rapporto di Amedeo Modigliani con il nonno materno e con la madre

• Il piccolo Amedeo Modigliani aveva uno splendido rapporto con il vecchio Isacco Garsin, il nonno materno che viveva con loro, insieme anche alle due figlie e sorelle di Eugenia Garsin (la mamma di Amedeo mandava avanti una famiglia di ben 10 persone tra figli, marito, sorelle e padre). Isacco era un uomo colto, conosceva varie lingue e la sua saggezza doveva aver rapito Amedeo, nonostante fosse ancora molto piccolo. Il nonno morì quando Amedeo Modigliani aveva appena 10 anni.
• Negli anni il rapporto di Amedeo Modigliani con la madre andò rafforzandosi ogni anno di più. È proprio Eugenia a rimanere accanto al figlio, quando, nel 1898, comparvero le prime avvisaglie della cagionevole salute di Amedeo: a 14 anni si ammalò di tifo, dopo una pleurite avuta tre anni prima.

4 L’arte entra definitivamente nella vita di Amedeo Modigliani

• Al tragico 1898 si ascrive il desiderio di Amedeo Modigliani di dedicarsi all’arte: la madre lo comprese e lo assecondò, tanto che, nel 1899, Amedeo lasciò gli studi classici e iniziò a dedicarsi a tempo pieno alla sua passione. Probabilmente in tale scelta ebbe un ruolo chiave Rodolfo Mondolfi, insegnante di Amedeo al liceo classico Niccolini-Guerrazzi, e caro amico di Eugenia.
• Negli anni della malattia e convalescenza Amedeo Modigliani potè anche conoscere e iniziare ad amare l’arte italiana antica e moderna. A seguito della malattia, infatti, fece, su suggerimento dei medici un viaggio estivo, che con la madre lo portò a visitare città d’arte come Napoli, Torre del Greco, Capri, Amalfi e Roma.
• Prima di trasferirsi a Parigi nel 1906, Amedeo Modigliani a Livorno fu allievo di Guglielmo Micheli, e all’Accademia di Belle Arti di Firenze dell’anziano macchiaiolo Giovanni Fattori (anche Micheli era stato suo allievo). Già da questi primi approcci di Amedeo all’arte in lui iniziò a maturare un sentimento artistico del tutto personale.

5 Amedeo Modigliani arriva a Parigi

• Amedeo Modigliani arrivò a Parigi nel 1906 e il suo unico punto fermo era la lingua francese, che la madre gli aveva insegnato quando era piccolo.
In ogni caso, la trasformazione di Amedeo fu rapidissima. Da ragazzo borghese, composto e inesperto si trasformò ben presto in un tenebroso e irrequieto artista. Se da piccolo in famiglia il soprannome di Amedeo era Dedo, a Parigi, si trasformò in Modì, la cui pronuncia rimanda direttamente al vocabolo francese maudit, ovvero maledetto.
• La Capitale francese a inizio Novecento era simbolo di modernità, tutto era frenetico e frizzante. Nonostante nel tempo Amedeo Modigliani fosse diventato un indiscusso protagonista del panorama culturale dell’epoca, si impegnò tutta la vita nel cercare di affermarsi ed essere riconosciuto. Del resto in una Parigi in continua trasformazione e in cui le novità artistiche non accennavano a diminuire, non deve essere stato facile.

Amedeo Modigliani e Juan Gris

Amedeo Modigliani, Juan Gris, 1915, olio su tela (CC0, The Metropolitan Museum of Art, New York, Bequest of Miss Adelaide Milton de Groot (1876-1967), 1967).

6 Le frequentazioni di Amedeo Modigliani a Parigi tra arte ed eccessi

• Conoscere la vita parigina di Amedeo Modigliani significa ripercorrere attivamente la vita culturale e artistica della Parigi dell’epoca, tra luoghi e protagonisti. La storia di Modì si intreccia con quella degli artisti Costantin Brậncusi, Juan Gris, Max Jacob, Pablo Picasso, Chaїme Soutine, Maurice Utrillo, degli scrittori Jean Cocteau, Beatrice Hastings, della famosa prostituta ritratta da vari artisti, Alice Prin, anche detta Kiki di Montparnasse (è la modella della nota fotografia di Man Ray, Le violon d’Ingres del 1924). Questi nomi, ognuno legato a precisi aneddoti, costituiscono solo alcuni esempi e questo rende chiaro quanto la storia di Amedeo Modigliani costituisca una immensa e stimolante testimonianza.
• Nonostante la salute cagionevole, Amedeo Modigliani non accennava a curarsi né a ridurre gli eccessi: negli anni parigini si abbandonò ad alcool e droghe che acuivano ancor di più i lati burrascosi del suo carattere e probabilmente l’aiutavano a mettere a tacere le insicurezze che con sfrontatezza tentava di nascondere.

7 Gli amori di Amedeo Modigliani e il rapporto con Jeanne Hébuterne

• Amedeo Modigliani fu un grande amatore, le sedute di posa con le modelle spesso si interrompevano per lasciare spazio ad esperienze di altro tipo, fervide e appassionate. Nonostante pare che Amedeo ebbe anche un figlio dalla modella canadese Simone Thiroux, con un’altra donna costruì un rapporto unico e particolare: Jeanne Hébuterne, una giovane artista di 19 anni che Amedeo conobbe nel 1917 e con la quale visse gli ultimi anni della sua vita.

Jeanne Hebuterne e Amedeo Modigliani

Amedeo Modigliani, Jeanne Hébuterne, 1919, olio su tela (CC0, The Metropolitan Museum of Art, New York, Gift of Mr. and Mrs. Nate B. Spingold, 1956).

8 La tragica fine di Amedeo Modigliani e Jeanne Hébuterne

• Amedeo Modigliani venne ritrovato moribondo il 22 gennaio 1920, con accanto Jeanne, incinta di nove mesi del secondo figlio: i due avevano avuto già Jeanne (Giovanna Modigliani), nata nel 1918. L’artista venne portato in ospedale, ma, ormai in coma, morì due giorni più tardi, il 24 gennaio 1920.
• Jeanne Hébuterne, giovane di buona famiglia, i cui genitori avevano fatto di tutto per ostacolare il rapporto con l’artista tanto più grande di lei, il 25 gennaio 1920, al nono mese di gravidanza, si tolse la vita, buttandosi dal quinto piano della casa dei suoi genitori. I due amanti sono oggi seppelliti insieme nel cimitero di Père Lachaise di Parigi.

9 I mercanti d’arte e la fortuna postuma di Amedeo Modigliani

• Due sono i più importanti collezionisti e mercanti d’arte che a Parigi si occuparono di seguire l’operato di Amedeo Modigliani: Paul Guillaume e Léopold Zborowski. Il primo rimase vicino all’artista dal 1914 al 1916 circa, mentre il secondo entrò a far parte della vita di Amedeo dal 1917 fino al momento della morte dell’artista.
• Nonostante tutto ciò, Amedeo Modigliani visse sempre in semi miseria, anche a causa della sua incapacità di gestire il guadagno mensile che il lavoro di Léopold Zborowski gli assicurava negli ultimi anni. In più le quotazioni delle sue opere crebbero vertiginosamente solo dopo la sua morte, iniziando a dare al grande Amedeo Modigliani il riconoscimento, arrivato troppo tardi, che da sempre meritava.

Per concludere: in uno dei prossimi post parleremo dello stile di Modì, intanto vi lascio la bibliografia a cui ho fatto riferimento. Si tratta di due testi che ho amato e di cui consiglio assolutamente la lettura:

1 Jeanne Modigliani, Modigliani, mio padre, Abscondita, Milano, 2005

2 Corrado Augias, Modigliani. L’ultimo romantico, Mondadori, Milano, 2013 (Ed. orig. 1998)

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Sono Sara, marchigiana doc di nascita ma laziale d’adozione…non è un caso che Roma sia una delle città che amo di più.
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